
Spoiler: non è poi così vero che la COVID-19 rappresenti la “rivincita della Scienza” (sempre che utilizzare questa espressione abbia un qualche senso).
“La rivincita della scienza”. Ho visto utilizzare spesso questa affermazione a proposito dell’impatto dell’epidemia di COVID-19 sulla popolazione e dell’ansiosa attesa di vaccini e terapie efficaci. Personalmente credo che sia un’espressione che non ha molto senso e che, in ogni caso, non corrisponda a verità. Sperare che presto si possa disporre di un vaccino non corrisponde necessariamente a una maggiore consapevolezza dell’importanza dell’approccio scientifico (o più in generale della ricerca).
Men che meno traspare consapevolezza di ciò che significhi approccio scientifico dai post indignati dei guardiani della rivoluzione che si scagliano contro i camminatori solitari o dai commenti che trasudano sadico godimento per la caccia ai “runner” via elicottero o drone.
Se si dovesse fare oggi un sondaggio chiedendo il grado di accordo con affermazioni come “I vaccini causano l’autismo” e “Chi esce di casa per una passeggiata mette a rischio la salute di tutti” sono convinto che la percentuale di chi si ritrova concorde con la seconda sarebbe di gran lunga maggiore rispetto ai sostenitori della prima. E molto probabilmente ritenendo, magari in buona fede, che “lo dice la Scienza”.
Avevo un sogno. Che la situazione eccezionale per gravità e impatto dell’epidemia di COVID-19 potesse rappresentare un’occasione per cercare di accrescere la consapevolezza nella popolazione di come sia importante prendersi cura della propria salute. Lavarsi accuratamente le mani, certo. Non toccare bocca, naso e occhi con le mani sporche, anche. Ma non solo. Invece…
Invece di evidenziare quali sono i luoghi e i comportamenti che comportano un maggior rischio di infezioni, si è preferito semplificare il tutto con un unico slogan “restate a casa”. In questo modo essere da soli all’aria aperta o trovarsi in un luogo chiuso con altre persone nell’immaginario di molti espone a un rischio non così tanto differente. Se il luogo chiuso, poi, è la propria abitazione il rischio è “sicuramente” minore che starsene fuori.
Sulla rivista Nature Medicine è stato pubblicato una decina di giorni fa uno studio sull’efficacia delle mascherine nel ridurre la diffusione dei virus respiratori, ripreso ampiamente dai mezzi di comunicazione e ritenuto da molti la prova provata dell’utilità di un uso allargato alla popolazione di questo strumento. In realtà, leggendo attentamente lo studio, la popolazione coinvolta era rappresentata da pazienti che presentavano sintomi di influenza o di altre infezioni respiratorie (più dell’80% di chi aveva partecipato presentava tosse, raffreddore o mal di gola e molti anche dolori muscolari o mal di testa). Diciamo, non proprio asintomatici. Vale a dire, lo studio supporta un’indicazione su cui sono concordi tutte le istituzioni sanitarie: indossare la mascherina da parte di chi ha sintomi simil-influenzali riduce il rischio di contagiare altri.
Ma non è questo il punto su cui vorrei soffermarmi.
I ricercatori hanno raccolto campioni di respiro espirato dalle persone sottoposte allo studio per 30 minuti, riscontrando una carica virale bassa:
“For those who did shed virus in respiratory droplets and aerosols, viral load in both tended to be low… Given the high collection efficiency of the G-II and given that each exhaled breath collection was conducted for 30 min, this might imply that prolonged close contact would be required for transmission to occur, even if transmission was primarily via aerosols, as has been described for rhinovirus colds.
“Un contatto stretto e prolungato potrebbe essere necessario perché avvenga la trasmissione, anche nel caso di virus trasmessi prevalentemente attraverso aerosol, come i rinovirus” (e non tramite le goccioline respiratorie come avviene per il virus influenzale e i coronavirus. Tra i partecipanti allo studio non c’erano pazienti con COVID-19). Per dire, la possibile trasmissione di SARS-CoV-2 anche mediante aerosol (e non solo attraverso le goccioline respiratorie) è ciò che ha spinto alcuni quotidiani a titolare in maniera troppo approssimativa “il virus è nell’aria”. Stando a quanto pubblicato dai ricercatori di Hong Kong, anche se alcune simulazioni ipotizzano che le goccioline più piccole (il famoso aerosol) possano coprire distanze maggiori rispetto ai canonici 6 feet (1,8 metri) e rimanere per più tempo sospese nell’aria, per poter infettare è altamente improbabile che sia sufficiente un contatto di breve durata (per esempio incrociarsi lungo una strada o un sentiero).
Del resto, nulla di nuovo… nella definizione di contatto stretto (vale a dire un contatto che dovrebbe essere rintracciato e messo in quarantena) del Ministero della Salure troviamo
- una persona che ha avuto un contatto diretto (faccia a faccia) con un caso di COVID-19, a distanza minore di 2 metri e di durata maggiore a 15 minuti;
- una persona che si è trovata in un ambiente chiuso (ad esempio aula, sala riunioni, sala d’attesa dell’ospedale) con un caso di COVID-19 per almeno 15 minuti, a distanza minore di 2 metri;
Questa definizione non vale solo per l’Italia, ma si ritrova pari pari nei protocolli di altre istituzioni internazionali.
Ambiente chiuso, almeno 15 minuti, distanza minore di due metri. Eppure… si emettono ordinanze per prescrivere l’uso delle mascherine ogni volta che si esce di casa, quindi anche all’aperto (si sa mai che incroci qualcuno) o anche se si è in auto da soli (ci sono automobilisti rimproverati per non averla indossata, se non addirittura multati).
Nonché si è fatto di tutto per scoraggiare l’attività fisica o motoria svolta all’aperto e nel rispetto del distanziamento sociale.
I benefici dell’attività fisica per la salute fisica e mentale delle persone sono documentati da solide prove scientifiche e evidenziati dalle istituzioni sanitarie nazionali e internazionali. Eppure, è bastata l’epidemia di COVID-19 per far diventare l’attività motoria come non essenziale, uno sfizio più o meno inutile per persone viziate. Anche quando non vigevano restrizioni particolari, chi usciva per una corsa o una passeggiata in solitaria è stato stigmatizzato da molti come un incosciente che non rispettava le regole e metteva a rischio la salute delle persone.
Un articolo di Wu Ming di alcune settimane fa (ma non sembra essere cambiato molto da allora) descriveva come in molte nazioni, anche in quelle che hanno adottato misure restrittive simili a quelle italiane, svolgere attività all’aperto fosse consentito (anche insieme ad altri componenti della propria famiglia) e in alcuni casi raccomandato.
Come spesso accade, invece di punire l’irresponsabilità di una minoranza, sanzionando il mancato mantenimento del distanziamento sociale, si è preferito colpire la maggioranza responsabile e dotata di senso civico. Certo, permettere lo svolgimento di corse, passeggiate e uscite in bici senza rischio di assembramenti può essere complicato in una grande città. Non che il limite dei 200 metri risolva, però, il problema (come ben descritto da Zerocalcare nel video citato nelle note).
Ma come si sono trovati meccanismi per contingentare gli accessi alle poste o ai supermercati (per esempio in base alle iniziali del cognome o al giorno di nascita) sarebbe stato possibile farlo anche per “regolamentare” le uscite.
Il problema è che (anche in questo ambito) ci si è fermati sull’emergenza del presente senza uno sguardo sul dopo. Che cosa succederà dopo? In termini di disagio, disturbi e malattie non direttamente correlate alla COVID-19, ma legati in qualche modo o esacerbati dalla quarantena e dalle misure prese.
Molti contagi avvengono all’interno del nucleo famigliare, anche per la difficoltà di garantire un efficace isolamento nella propria abitazione. Molti contagi avvengono in casa, ma il mantra che si continua a sentire è “troppa gente in giro”. Come se il problema non fosse la necessità di attuare appena possibile interventi organizzativi per prevedere la quarantena dei contatti e il monitoraggio dei pazienti con sintomi lievi in isolamento domiciliare o ancor meglio in strutture non ospedaliere dedicate. Non sono infrequenti i casi di famigliari di persone con sintomi simil-influenzali che non sanno come comportarsi. Quanto devo rimanere in casa? Dopo quanto posso uscire? Posso uscire per fare la spesa? Domande a cui non sempre ricevono una risposta.
Spesso ho letto, anche da parte di colleghi esasperati, che posso comprendere, commenti stizziti contro le persone che uscivano per una camminata o per una corsa. Da molti queste uscite erano viste come mancanza di rispetto: per gli operatori sanitari, gli ammalati, le persone che hanno perso la vita. Io credo, invece, che il modo migliore per rispettare lo sforzo di chi lavora in prima linea per curare le presone con COVID-19 sia fare il possibile per mantenersi in salute, in cui il comportarsi in modo da prevenire il contagio è uno degli aspetti (ma non l’unico). Del resto, il rimanere in casa può essere da solo definito rispettoso?
Con quale autorevolezza tra qualche mese come comunità medica potremo raccomandare a persone in sovrappeso, con diabete o ipertese, “faccia una bella passeggiata”, dopo che questa attività è stata così vituperata?
Ci sono molti altri motivi per cui sarebbe utile consentire alle persone di poter uscire di casa: la condizione abitativa non ottimale (per esempi: spazi stretti, mancanza di balcone o giardino), famigliari con problemi di disabilità, condizioni di disagio personali o di altre persone che vivono nella stessa abitazione. La giornalista e medico Roberta Villa sulla sua pagina Facebook tempo fa aveva sottolineato come affrontare quest’epidemia rappresenti una maratona e che bisognerebbe mettere le persone nelle migliori condizioni per resistere più a lungo possibile nell’osservanza di misure che a molti possono apparire faticose (la sintesi è mia, spero sia fedele). Eccedere nelle limitazioni non è il modo migliore per essere di aiuto.
La quarantena pesa maggiormente sulle persone con maggiore vulnerabilità e fragilità (economica, sociale, psicologica…). Una comunità solidale dovrebbe avere uno sguardo di attenzione nei loro confronti e non puntare il dito o limitarsi a vietare.
Le opinioni sopra riportate sono espresse titolo personale
P.S. era da qualche settimana che avrei voluto scrivere questo post. Ho tergiversato per mancanza di tempo e (un po’) per non avere rotture di scatole. Una spintarella me l’ha data Alessia, un ex compagna di liceo, commentando su Facebook che gli “esperti” (non so se ho i titoli giusti per rientrare in questa categoria) dovrebbero spendersi per evitare che si creino tensioni sociali contro i runner o i “camminatori” identificati come untori.
Gente più competente del sottoscritto si è espressa più volte a sostegno della possibilità di mantenere al possibilità di svolgere attività fisica all’aperto. Per affetto e stima faccio un solo nome: il professor Silvio Garattini.
Segnalazioni in ordine sparso:
Assolutamente da vedere l’episodio Boh (“La corsa”) di Rebibbia Quarantine dell’immenso Zerocalcare, che illustra in modo esemplare il nostro tempo.
Tra gli articoli che ho letto (di alcuni, purtroppo, ho perso le tracce):
Runner, untori e il bisogno di odiare chi esce da casa di Dario Accolla su Linkiesta
Regole di insensato lockdown di Simona Bonfante su glistatigenerali.com
Keep parks open. The benefits of fresh air outweigh the risks of infection. Washington Post, 13 aprile 2020. A proposito di esperti… tra gli autori di quest’ultimo articolo vi sono due professori di Harvard (uno è Marc Lipsitch, che oltre che sul Washington Post, pubblica articoli su COVID-19 su importanti riviste scientifiche)