E se la guerra tra bande intorno alla “Scienza” lasciasse soltanto macerie?

Da tempo mi sono ripromesso di fissare in un testo scritto alcune preoccupazioni che mi inquietano riguardo alle aspre diatribe nel nome e per conto della “Scienza” (riguardanti, in realtà, alcuni ambiti della medicina, quali la prevenzione vaccinale e le terapie più o meno “complementari/alternative”).
In parte le ho già esternate in precedenti post, in parte sono nuove.
Non ho intenzione di entrare nel merito della vexata quaestio dell’efficacia degli stili comunicativi, né di entrare nel merito di pregi e limiti del patto trasversale per la scienza. Altri si sono già espressi sul tema e mi limito a segnalare un paio di interessanti letture (Se davvero teniamo alla scienza della firma di Grillo non dovrebbe fregarcene niente di Antonio Scalari, Valigia Blu, 12 gennaio 2019 e La comunicazione della scienza non è un campo di battaglia. Roberta Villa su Wired, 15 gennaio 2019).
Quello che mi preme è di condividere alcuni personalissimi timori sui danni che questo clima di guerra può causare (e a mio modesto parere sta già causando).


Davvero tutto è permesso ai “buoni”?

La mia sarà pure un’opinione discutibile, ma non credo sia “edificante” vedere utilizzate da chi si professa alfiere della “Scienza” modalità di confronto stile “Rosica! Maalox!”, denigrando e mettendo alla berlina chi osa sollevare dubbi, perplessità o critiche senza entrare minimamente nel merito di quanto contestato.
Ho visto – ahimè con dispiacere – persone che stimo tollerare se non addirittura difendere uscite poco civili (per non dire decisamente offensive e pesanti) perché è in corso una guerra e bisogna usare comprensione nei confronti di chi combatte ogni giorno per difendere LaScienza. Le stesse persone invocano, correttamente, un confronto civile e rispettoso quando i temi, gli ambiti e gli interlocutori sono altri.
Le vittime delle ingiurie di cui sopra dovrebbero, dunque, “starci” e recitare in silenzio la loro parte di “danni collaterali” della battaglia contro i nemici della Scienza?
Forse le mie paure sono esagerate, ma mi chiedo, inoltre, se non si rischia di crescere una generazione di futuri medici e operatori sanitari convinti che la comunicazione vincente nel rapporto con i pazienti sia trattarli dall’alto in basso.


L’approccio “scientifico” è la prima vittima

In questo clima in cui si inneggia molto frequentemente “alla Scienza”, è l’approccio scientifico quello che rischia di farne le spese: si distorcono i dati per guadagnare il sostegno alle proprie tesi, si impiegano gli stessi “trucchi” spesso utilizzati da chi vuole screditare le vaccinazioni. Per esempio, si traggono conclusioni su associazioni di tipo causa-effetto sulla base di sole correlazioni temporali. Oppure si danno per vere affermazioni non sostenute da dati concreti.
L’ignoranza delle persone e la crescente ostilità nei confronti della scienza sono citati come dati di fatto, nonostante non ci siano prove del verificarsi di questo fenomeno. Spesso si cita a questo proposito come esempi la diminuzione delle coperture vaccinali o Stamina. Nel primo caso, però, indagini condotte a distanza di alcuni anni (per esempio lo studio condotto in Veneto nel periodo 2009-2011, e quello coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità nel 2016) hanno osservato una percentuale alquanto simile di genitori con esitazione vaccinale e/o fortemente contrari alle vaccinazioni. Riguardo a Stamina, ci si dimentica che il metodo Di Bella risale a 20 anni fa.
Ci si batte in nome della “Scienza”, ma senza farsi sfiorare dal dubbio che quello che l’esperto di turno afferma sia supportato da prove scientifiche. Proprio su questo blog avevo riportato l’esempio, realmente accaduto, di un nutrito gruppo di giovani ricercatori che durante una presentazione di uno studio sul parto a domicilio si era schierato dalla parte di un neonatologo aspramente critico verso questa opzione, nonostante questi avesse selezionato solo i dati derivanti dagli studi favorevoli alla sua posizione, tralasciando di rivelare che il complesso delle prove ottenute dagli studi disponibili sostenevano che nelle donne pluripare a basso rischio ostetrico i rischi del parto in casa e in ospedale non fossero differenti.
… Forse sta avvenendo la stessa cosa in questi giorni nel dibattito sulla comunicazione scientifica.


Gli spazi di discussione e confronto si sono ristretti

Il clima di questi tempi ha chiuso gli spazi di confronto e di discussione.
Confrontarsi su quali sono le strategie migliori per aumentare l’adesione alle campagne vaccinali non significa mettere in discussione l’efficacia o la sicurezza dei vaccini. Eppure l’opinione di una parte, forse maggioritaria, di esperti e operatori è diventata Dogma (termine che a ben vedere dovrebbe avere più a che fare con la religione che non con la scienza). Non si tratta di decidere per alzata di mano il risultato di due più due, ma di una valutazione multidisciplinare i cui criteri non si limitano alle prove scientifiche su efficacia e sicurezza, e in cui l’apporto di esperti esterni all’ambito prettamente biomedico è indispensabile.

Uno dei rischi dell’attuale dibattito è di aver iper-semplificato la complessità. La diminuzione delle coperture vaccinali è stata imputata all’aumento della contrarietà (e dell’ignoranza) dei genitori.
E’ una risposta consolatoria, perché evita di dover affrontare anche altri aspetti problematici: per esempio, l’organizzazione dei servizi (personale, spazi, accessibilità/fruibilità… ); il carico per i genitori (in termini anche e non solo di tempo e di ore di permessi lavorativi) per ottemperare agli appuntamenti o per chiederne di nuovi; la difficoltà per gli adulti nel riuscire a prenotare per sé stessi una vaccinazione (o almeno questa è la mia esperienza personale e di alcuni amici e conoscenti) e nel ricevere informazioni attendibili; la necessità di riconquistare autorevolezza da parte di istituzioni sanitarie e medici.


La tutela della salute della comunità necessita anche di altre attenzioni

La prevenzione vaccinale, pur nella sua rilevanza, costituisce solo una parte degli interventi per tutelare la salute dei singoli e della comunità e non è sufficiente essere a favore dei vaccini per essere dalla parte di chi la promuove.
E’ necessario allargare il proprio sguardo e occuparsi anche di altro.
L’Italia non è nell’occhio del ciclone soltanto per le coperture vaccinali o i casi di morbillo: è, infatti, tra le nazioni in Europa con il maggior consumo di antibiotici e con la stima più elevata di numero di morti per infezioni resistenti a questi farmaci, con il maggior numero (in termini assoluti) di morti premature a causa dell’inquinamento ambientale, ed è tra i paesi con il tasso più elevato di parti cesarei, con differenze enormi tra le singole regioni italiane. Solo per citare alcuni possibili esempi.
Come fare fronte al rischio associato alla resistenza agli antibiotici? Come affrontare il problema dell’inquinamento ambientale? Come promuovere lo sviluppo e la crescita dei bambini? Come ridurre le disuguaglianze economiche, sociali, culturali che pure hanno una ricaduta sulla salute? Come diminuire lo spreco di risorse dovuto a interventi terapeutici e diagnostici inappropriati o inutili?
Sono tante le sfide che richiedono un comune impegno e una mobilitazione collettiva, al di là dei “gentlemen agreement“.
Mi si permetta una piccola chiusa leggermente polemica: non so quanti tra i colleghi maggiormente infervorati nella battaglia a favore dell’obbligo vaccinale – perché lo dice LaScienza – condividono lo stesso sacro fuoco quando si tratta di prescrivere in modo maggiormente razionale i farmaci, in particolare gli antibiotici.

Immagine iniziale: Death Valley, Desert, incoming near Shoshones from Wikimedia Commons

Le opinioni sopra espresse sono
(come per tutti i post) del tutto personali

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I furbetti dell'(auto)certificatino? (Ma che, davero?)

Mi permetto (su sollecitazione di Roberta Villa via Twitter) qualche considerazione personale “sparsa” sul rapporto prodotto dai NAS sul monitoraggio della veridicità delle (auto)certificazioni dello stato vaccinale effettuato in 1.493 istituti italiani.

Non entro nelle questioni legali (validità o meno delle autocertificazioni in ambito sanitario).
Ero (e sono tutt’ora) un po’ perplesso sulla proroga delle autocertificazioni per documentare lo stato vaccinale, non perché le percepisca come un rischio per la salute pubblica, quanto per la confusione e il disorientamento che può creare per i genitori e gli operatori scolastici, e per il rischio di fornire un messaggio “distorto” (i più furbi vengono premiati) ai cittadini.

Detto ciò, penso che le autocertificazioni rappresentino, per certi aspetti, un “falso problema” (o meglio, possono rappresentare un problema concreto e reale per il personale scolastico, che ancora una volta si trova a doversi occupare di questioni che spetterebbero ad altri), il problema rilevante è che ancora oggi a livello nazionale (e talvolta locale) non è possibile avere informazioni certe e aggiornate sullo stato vaccinale dei singoli bambini. Questo è poco comprensibile e accettabile.

Pochi giorni fa un’amica (trasferitasi in Lombardia per lavoro), mi raccontava inviperita la sua odissea a causa di un errore dell’ATS, con ore di lavoro perse per riuscire a convincere ATS e scuola che il figlio era regolarmente vaccinato (con tutte le vaccinazioni obbligatorie e raccomandate, documentate da libretto). E pare che il suo non sia un caso isolato.

Pur trattandosi di un campione, da prendere con le dovute cautele, le mie riflessioni sui dati forniti dai NAS, sono queste:

  • Il 29,9% dei genitori ha fatto ricorso all’autocertificazione (per comodità, necessità, furbizia?…)
  • Nel 99,7% (16.639/16.694) dei casi esaminati l’autocertificazione era coerente con quanto documentato dalle ASL
  • Quindi, il 29,8% del totale dei genitori ha presentato un’autocertificazione veritiera.
  • In 4 regioni, nel campione monitorato le autocertificazioni erano numericamente simili (Lazio, Abruzzo) o maggiori (Piemonte, Marche) rispetto ai certificati, senza che fosse riscontrata alcuna irregolarità. Nel caso di Lazio e Marche si tratta di più di 2.000 autocertificazioni per ciascuna regione.
  • Di contro, le irregolarità si sono concentrate in alcuni contesti territoriali. In due casi, in particolare (Campania, Basilicata), la frequenza appare significativamente più elevata rispetto all’atteso sulla base del dato nazionale. Questo dato andrebbe approfondito.

Ci sono informazioni non disponibili nel report dei NAS (p.es. quanti erano i bambini in regola con le vaccinazioni e quanti quelli in attesa, con prenotazione presso il servizio vaccinazioni; la distribuzione dei dati per tipo di scuola: nido, infanzia, primaria), né è possibile al momento sapere se le irregolarità riscontrate siano effettivamente tali (non possiamo escludere che in qualche caso l’incongruenza possa essere dovuta a un mancato aggiornamento dell’anagrafe vaccinale). Per quanto riguarda le prenotazioni, occorre, però, considerare che questo prescinde dall’autocertificazione: chi utilizza strumentalmente le prenotazioni come escamotage per rinviare “sine die” la vaccinazione potrebbe anche aver presentato, comunque, il certificato dell’ASL.

La quota di irregolarità sul totale delle autocertificazioni è del 3,3 per mille, con un intervallo di confidenza al 95% stimabile tra il 2,5 e il 4,3 per mille.
Il campione selezionato potrebbe non essere rappresentativo e la situazione in alcune regioni necessita di essere maggiormente approfondita, ma i dati prodotti dai NAS sembrano indicare che i furbetti che hanno approfittato dell’autocertificazione rappresentano un’esigua minoranza.
Chissà, forse è giunto il momento di abbandonare la falsa credenza che gli italiani non vogliono vaccinare i loro figli o che molti italiani, se potessero, farebbero “i furbi”.
Ma si sa che ci sono dei pregiudizi che sono duri a morire.

P. S. Aggiungo una riflessione tardiva… Non è possibile sapere quanti, nel campione sottoposto a ispezione, dei 16.639 genitori che hanno presentato un’autocertificazione veritiera lo hanno fatto per comodità e quanti avrebbero, invece, avuto difficoltà nel recuperare il certificato dell’ASL. Ipotizzando, in via del tutto teorica, che anche questi ultimi siano una minoranza esigua, per esempio l’1%, significherebbe che, nel campione esaminato dai NAS, senza autocertificazione 160 bambini regolarmente vaccinati avrebbero forse rischiato l’esclusione dal nido o dalla scuola per l’infanzia, a fronte di 55 potenziali “furbetti” correttamente (stando alla legge Lorenzin) non ammessi.

Le opinioni qui sopra espresse sono del tutto personali

Dobbiamo aver paura di comunicare la complessità e l’incertezza?

complexity-1322635_1280Il 4 agosto la giornalista scientifica Melinda Wenner Moyer ha pubblicato sul New York Times un editoriale dal titolo “Anti-Vaccine Activists Have Taken Vaccine Science Hostage” (Gli attivisti anti-vaccini hanno preso in ostaggio la scienza sui vaccini).
Nell’articolo la giornalista ha segnalato la ritrosia di alcuni scienziati nel discutere aspetti potenzialmente controversi riguardanti i vaccini, per paura che questo possa creare dubbi nell’opinione pubblica e rafforzare le posizioni di chi li rifiuta. Melinda Wenner Moyer sottolinea come la preoccupazione dei ricercatori è di proteggere il pubblico e far sì che più persone aderiscano alle vaccinazioni, ma alla lunga l’atteggiamento sopra descritto potrebbe rivelarsi un boomerang. Le vaccinazioni oggi disponibili, argomenta la giornalista, pur rappresentando un arsenale eccezionale, possono essere migliorate e questo passa necessariamente attraverso la produzione e la condivisione di prove scientifiche, anche quando “problematiche”.
Chiariamo subito, e chi vorrà leggere il testo originale in inglese potrà rendersene conto di persona, nell’articolo non si da credito alla “bad science” (alla “cattiva scienza”, ovvero agli studi con metodologie deboli, di scarsa qualità e soggetti a distorsioni che minano l’affidabilità dei risultati), ma si fa riferimento a studi con metodologia adeguata.

Cito dall’articolo del New York Times l’opinione di un ricercatore, Andrew Read, perché mi sembra descriva bene un atteggiamento presente in questi mesi anche nel nostro paese:

“Scientists’ perception of public irrationality is having an impact on our ability to rationally discuss things that deserve discussion,” says Andrew Read, the director of the Center for Infectious Disease Dynamics at Pennsylvania State University.

“La percezione degli scienziati dell’irrazionalità pubblica sta avendo un impatto sulla nostra capacità di discutere razionalmente le cose che meritano una discussione”.
Nel nostro paese è diventato, per esempio, difficile discutere razionalmente – anche tra “uomini di scienza” – riguardo all’obbligo vaccinale.
Non solo…  recentemente Roberta Villa, medico e giornalista, è stata accusata da un primario ospedaliero di essere “pericolosa” per aver affermato in un video che “per quanto siamo certi che sottoporre i bambini alle vaccinazioni sia infinitamente più vantaggioso rispetto alla scelta di non vaccinare, non siamo in grado di escludere a priori l’evenienza di una reazione rarissima“. Ovvero, per avere sostenuto un fatto noto a chiunque si occupi di medicina (e non solo): nulla è sicuro al 100%.

Pur non essendo nello specifico il tema dell’articolo, l’editoriale di Melinda Wenner Moyer mi ha fatto pensare anche a un altro episodio che mi coinvolto in questi giorni e che origina dal mio post precedente sull’assurda querelle sui “futuri” morti da morbillo.

Sono stato accusato di alimentare cattiva informazione e di creare confusione per avere affermato, in una discussione su Twitter che aveva preso origine dal post (e che trovava espresse nel post stesso le motivazioni a supporto), che anche se oggi avessimo coperture contro il morbillo del 95% nessuno potrebbe assicurare che non ci saranno morti per questa malattia.

Mi rendo conto che un’affermazione del genere può apparire eretica agli occhi dei più: se raggiungiamo il 95% scatta l’immunità di gruppo, il batterio/virus non può più circolare e siamo tutti protetti. Lascio alla lettura del post precedente l’approfondimento delle ragioni alla base di questa affermazione “forte”.
L’immunità di gruppo è un concetto complesso che tendiamo a comunicare in maniera estremamente semplificata, forse per timore che altrimenti non saremmo adeguatamente compresi.
Spesso si cita come 95% la soglia da raggiungere perché sia garantita la protezione per tutti, ma la percentuale varia a seconda della malattia (dell’agente patogeno) che si intende prevenire e dal vaccino disponibile (tipo, efficacia, durata della protezione…): per il tetano, che non ha una trasmissione da uomo a uomo, non esiste un’immunità di gruppo, per malattie a bassa/media contagiosità potrebbe essere raggiunta con percentuali di vaccinati più basse, mentre per le infezioni da meningococco la riduzione del rischio di contagio passa attraverso la diminuzione del numero di portatori sani, obiettivo non raggiungibile con la sola vaccinazione dei bambini. Per alcuni vaccini è particolarmente difficile raggiungere l’immunità di gruppo perché sono in grado di proteggere solo da alcuni ceppi del batterio.

Per il morbillo, malattia a elevata contagiosità, è necessario raggiungere percentuali di vaccinati particolarmente elevate (il famoso 95%) per riuscire a interrompere la circolazione del virus tra le persone. E’ particolarmente importante la vaccinazione nei bambini piccoli, perché consente di ridurre tempestivamente il numero di soggetti a rischio di ammalarsi e di trasmettere la malattia a causa dell’elevata probabilità di avere contatti ravvicinati (asilo, scuola). Anche gli adolescenti e i giovani adulti possono, però, ammalarsi e essere in grado di contagiare altri (pur con una probabilità inferiore) e devono essere considerati nel calcolo della popolazione suscettibile al morbillo.
La vaccinazione dei soli bambini potrebbe perciò non essere sufficiente a bloccare la trasmissione del virus, perché quest’ultima potrebbe essere mantenuta dalle persone più grandi. Attualmente in Italia stiamo affrontando (anche) questo problema: nelle epidemie più recenti (in particolare con quella iniziata lo scorso anno) ad ammalarsi sono soprattutto gli adulti, anche se l’incidenza (numero di ammalati sulla popolazione e stima del rischio di ammalarsi) è più alta nei bambini piccoli.
E’ necessario ridurre il numero complessivo di persone suscettibili al morbillo per bloccare la circolazione del virus in Italia (e potrebbero non essere sufficienti coperture maggiori o uguali al 95% tra i bambini) e questo potrebbe richiedere alcuni anni.

Inoltre, la soglia dell’immunità di gruppo è stimata presupponendo che i vaccinati e i non vaccinati siano distribuiti in modo del tutto casuale nella popolazione. Se in alcuni contesti, geografici e/o sociali, il numero di persone suscettibili è maggiore, c’è comunque il rischio che in quel contesto si sviluppi un focolaio di infezione.
In ogni caso, chi non è vaccinato sarà sempre a rischio di ammalarsi, anche in mancanza della circolazione del virus in Italia, se dovesse entrare in contatto con una persona che ha la malattia, per esempio se viaggia verso un paese in cui c’è in corso un’epidemia o entra in contatto con un soggetto proveniente da una nazione con epidemia.

Questo significa che affermare che con il 95% di vaccinati il morbillo scomparirà non è corretto.
Non solo, ma anche una volta raggiunto l’obiettivo di eliminare il virus del morbillo (bloccare la circolazione) in Italia,  potrebbe esserci il rischio di piccoli focolai epidemici. Per esempio, gli Stati Uniti hanno raggiunto l’obiettivo di eliminare il morbillo nel 2000, ma da allora si sono verificati casi di infezione, con un numero annuale tra il 2010 e il 2017 compreso tra 55 e 667 e un decesso.

Una comunicazione eccessivamente semplificata rischia, perciò, di rivelarsi un boomerang: se con coperture nei bambini superiori al 95% dovessero verificarsi casi di morbillo, cosa che non può essere esclusa, potrebbe sorgere un problema di credibilità agli occhi di chi dovesse aver inteso che quel numero magico garantiva la protezione per tutti.
Questo è come il Servizio Sanitario Inglese ha comunicato sul suo sito rivolto al pubblico la notizia dell’eliminazione del morbillo nel Regno Unito:

“Measles eliminated in the UK for the first time,” reports The Telegraph.

This and other stories in the media are based on a new World Health Organization (WHO) report confirming the UK is now one of 33 countries in Europe to have “eliminated” measles.

“Elimination” is the official term used once a country has reduced the number of cases of a disease to a low enough level to stop it spreading through the general population for at least three years.

It doesn’t mean that measles has been wiped out or eradicated in the UK. In 2016 there were more than 500 cases in England and Wales. However, the disease wasn’t able to spread more widely.

It also doesn’t mean that children no longer need the MMR vaccination, which protects against mumps and rubella as well as measles. In fact it’s vital that young children continue having the MMR vaccination to stop the number of measles cases rising again.

Nonostante la realizzazione di un obiettivo importante, non c’è alcun eccesso di trionfalismo, ma si cerca di spiegare che “eliminazione” è un termine ufficiale (tecnico) utilizzato quando una nazione ha ridotto il numero di casi di malattia a un livello sufficientemente basso da bloccare il suo diffondersi nella popolazione generale per almeno 3 anni.
Eliminazione non significa che il morbillo è stato cancellato o eradicato. Nel 2016 in Inghilterra e nel Galles si sono verificati più di 500 casi, ma la malattia non ha potuto diffondersi maggiormente.
Inoltre, non significa che i bambini non avranno più bisogno di vaccinarsi. E’ essenziale che i bambini piccoli continuino a sottoporsi alla vaccinazione per impedire che il numero di casi torni ad aumentare.
Si tratta, forse, di cattiva informazione, che crea confusione?

Comunicare la complessità in medicina è un tema estremamente ampio, che tocca diversi ambiti. Mi permetto di citare, seppure solo di sfuggita, la discussione che riguarda i test di screening. Negli ultimi anni, per esempio, si discute sui rischi di sovradiagnosi e sovratrattamento associati alla mammografia e di come informare le donne riguardo a questi rischi. Tra i medici c’è chi è restio ad affrontare questo tema, perché teme che possa influire sulla partecipazione alle campagne di screening. Ma è eticamente corretto?

(Mi permetto una segnalazione finale: è possibile approfondire il tema del rischio di sovradignosi/sovratrattamento – e non solo – in Doctor G, una graphic novel nata per cercare di comunicare in modo semplice alcuni concetti complessi che riguardano la nostra salute).

Le opinioni sopra riportate sono espresse a titolo esclusivamente personale

Immagine iniziale da Pixabay

 

 

Ma la querelle sui futuri morti da morbillo anche no, per favore

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E dire che mi ero appena chiesto se saremmo mai riusciti a discutere di vaccini in maniera pacata… 

La polemica social di oggi è scaturita dalle parole del ministro della Salute Giulia Grillo che in un’intervista al Corriere della Sera avrebbe affermato (così almeno recita la vulgata che ha indignato il webbe) che dobbiamo rassegnarci ai morti di morbillo (non ho messo volutamente le virgolette).

Ma andiamo con ordine. Il 4 agosto Roberto Burioni commenta così su Twitter quanto aveva appena pubblicato su Facebook il ministro Grillo

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Ed ecco quanto risposto dal ministro nell’intervista al Corriere della Sera (intervista che merita di essere letta per intero):

«Al primo morto di morbillo lei verrà sbranata». La tocca la fosca previsione del virologo Burioni? 
«I toni di queste ore non sono degni di un Paese civile. Io sono vicina a Burioni per l’aggressione subìta. Non è degno augurare a un medico che la pensa diversamente di affogare, come non esiste prendersela con Bebe Vio che spero di incontrare a breve. Ma è anche una spiacevole strumentalizzazione sentirsi dire da un accademico che “verrò sbranata al primo morto”. Non puoi illudere la gente che non morirà nessuno. Dobbiamo essere realisti».

Come si può facilmente leggere non c’è nessuna frase del tipo “dobbiamo rassegnarci”, “dobbiamo accettare i morti”, etc…
Certo, il ministro avrebbe potuto e dovuto dare una risposta più articolata e sottolineare come è compito delle istituzioni sanitarie adoperarsi perché il rischio di morire di morbillo diventi il più possibile trascurabile.
In ogni caso, ha comunque affermato una verità, per quanto il webbe possa indignarsi: anche con l’obbligo e con coperture nei bambini sopra la soglia del 95% il raggiungimento dell’obiettivo di eliminare il morbillo richiederà alcuni anni prima di poter essere raggiunto, in quanto c’è una popolazione di adolescenti e giovani adulti suscettibili al virus che può consentire la sua circolazione.
Ho avuto occasione di parlarne in precedenti post (si veda per esempio questo). Alcuni anni fa i tecnici dell’Istituto Superiore di Sanità avevano stimato che senza azioni di recupero alla vaccinazione dei suscettibili ci sarebbe voluti 10 anni prima di eliminare il virus (il link al documento originale è riportato nel post sopra citato). E’ possibile che parte di questo recupero sia avvenuto o avverrà grazie all’obbligo di vaccinazione contro il morbillo che riguarda i nati a partire dal 2001 (per chi frequenta le scuole primarie e secondarie la violazione comporta solo una sanzione pecuniaria) e che i tempi per arrivare all’eliminazione siano abbreviati, ma è onesto affermare che per qualche anno potranno comunque esserci ancora epidemie, e di conseguenza non si può purtroppo escludere completamente che ci saranno morti dovuti a questa malattia.
Inoltre, anche in paesi che hanno eliminato il virus e che mantengono coperture vaccinali elevate è possibile che si verifichino dei focolai epidemici (come avvenuto per esempio negli Stati Uniti).

In ogni caso, molti hanno ignorato (volutamente) che la risposta del ministro Grillo riguardava la precedente affermazione (piuttosto pesante a mio parere) del professor Burioni.

Il professor Burioni, da uomo di scienza, sa bene che “correlation is not causation“: se nei prossimi mesi dovesse malauguratamente morire qualcuno di morbillo questo significherebbe che è colpa del ministro Grillo e/o del rinvio di un anno dell’entrata in vigore dell’obbligo di vaccinazione per l’accesso ai nidi o alle materne? Sicuri che possiamo rispondere in maniera affermativa?

Le morti di morbillo sono evitabili e devono essere evitate, ma il rischio zero potrà essere raggiunto solo con l’eradicazione del virus (la scomparsa completa dalla faccia della terra), obiettivo al momento difficile da raggiungere.
Si può e si deve cercare di fare il possibile per ridurre il più possibile il rischio.
L’obbligo può essere uno strumento di tutela dei più fragili che frequentano nidi e materne e di stimolo per aumentare il numero di soggetti immuni. Manteniamolo almeno per qualche anno, in attesa di consolidare le coperture vaccinali, dopo di che si possono valutare strategie alternative.
Nel frattempo occorre ridurre il numero di soggetti suscettibili alla malattia, recuperando con campagne vaccinali ad hoc i giovani adulti (campagne che si sarebbero già dovute effettuare da tempo, ma tant’è…), partendo dagli operatori sanitari e dal personale scolastico. Occorre informare, potenziare i servizi vaccinali e facilitare l’accesso da parte dei genitori. Occorre avere un’anagrafe informatizzata, così da avere dati in tempo reale sulla situazione delle coperture a livello nazionale e locale.
Raggiungere il prima possibile l’eliminazione del morbillo è responsabilità in primis del ministro Grillo e delle istituzioni sanitarie, ma è una responsabilità che coinvolge tutti.

Le opinioni qui espresse sono del tutto personali

Vaccini: riusciremo mai a confrontarci pacatamente (e basandoci sui fatti)?

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Raffaello Sanzio – La scuola di Atene

Sottotitolo: quando vivevamo nel Medioevo senza accorgercene.

Dare un’occhiata ai social in queste settimane è un’attività che spesso suscita amarezza. Un profluvio di post, tweet, commenti dove i fatti non hanno alcun significato, conta solo la voglia di affermare il proprio “pre-giudizio”. L’argomento vaccini è uno dei temi a forte polarizzazione – in cui da mesi regna il “noi” contro “loro” – dove faccio molta fatica a condividere le posizioni espresse dalle diverse parti.

Per fortuna, frequentare i social media consente anche di leggere voci che riescono a mantenere equilibrio, lucidità, pacatezza. Tra le riflessioni stimolanti in cui mi sono imbattuto in questi giorni, e che mi sento di consigliare a chi ha il coraggio di voler approfondire al di là dei propri pre-giudizi, c’è un post (“I miei due soldini di riflessione sul risorgente dibattito sui vaccini…”) pubblicato il 5 agosto sulla propria pagina Facebook dalla giornalista Eva Benelli e un video di Roberta Villa, medico giornalista e mamma, che sul suo canale Youtube si occupa di comunicazione sui vaccini (e non solo).

Una premessa (doverosa?): pur da perplesso sull’obbligo, ritengo personalmente che l’emendamento al decreto Milleproroghe, che rinvia all’anno scolastico 2019/2020 l’introduzione dell’obbligo delle vaccinazioni per l’accesso ai nidi e alle scuole dell’infanzia, sia un grave errore (tra l’altro questo emendamento avrà una scarsa efficacia pratica dal momento che la discussione alla Camera avverrà a settembre, dopo l’inizio dell’anno scolastico). Le misure e gli interventi che riguardano la salute pubblica non dovrebbero essere piegati a fini “politici”. Non si può nascondere che questo dovrebbe valere per tutti i partiti e che un tema così delicato come quello delle vaccinazioni è stato impiegato a fini di propaganda politica da più parti. A questo riguardo, il fatto che l’obbligo vaccinale sia stato introdotto tramite decreto legge a mio parere ha contribuito a esacerbare un clima di contrapposizione, tra i partiti e nella società.
Rinviare la data di avvio dell’obbligo per l’inserimento scolastico rischia di fornire informazioni contraddittorie a genitori già confusi e indecisi, e di fornire il messaggio che (al di là della misura dell’obbligo) l’efficacia delle vaccinazioni sia una questione politica e non di prove scientifiche.
E’ senza dubbio legittimo proporsi di modificare la legge, ma perché non farlo con la necessaria calma, confrontandosi con gli esperti, valutando con attenzione benefici e rischi e considerando che cambiare una legge appena approvata può suscitare perplessità e avere ricadute negative? Perché replicare parte degli errori commessi dallo scorso governo?

Detto questo, trovo però esagerati i toni apocalittici del fronte “pro-vaccini”. La sospensione dell’obbligatorietà scolastica non modifica il fatto che ci siano 10 vaccini obbligatori per legge. E mantiene intatte le sanzioni amministrative. Probabilmente le sanzioni da sole non rappresentano un intervento in grado di superare alcune resistenze (da verificare, comunque, se ci riuscirà il mancato accesso a nidi e materne), ma occorre considerare che fino al maggio 2017 l’obbligo si limitava alle sanzioni (scarsamente comminate), con coperture per i 4 vaccini allora obbligatori che a livello nazionale nel 2016 erano del 93%, sotto la soglia del 95% ma non così drammaticamente basse.
Molti profetizzano un ritorno al medioevo. A parte che ci sono storici che contestano l’equiparazione del medioevo a un periodo buio, il “salto indietro” sarebbe in realtà a due anni fa.
Prima del 2016 sono moderatamente certo che molti dei commentatori oggi “apocalittici” non avvertivano la necessità di un inasprimento dell’obbligo allora in vigore. Eppure le coperture vaccinali erano già in calo, c’erano state epidemie di morbillo (nel 2011 più di 4.600 casi, nel 2013 2.250 casi e quasi 1.700 l’anno successivo, solo per citare quelle più recenti) e l’Italia era già allora tra i paesi europei con la maggiore incidenza di questa malattia infettiva.
Per curiosità ho provato a ricercare “obbligo vaccini” in Google limitando i risultati a quelli pubblicati tra il 2011 e il 2015: non ho trovato documenti, almeno tra i primi 30 risultati, che sottolineassero la necessità di rendere più cogente l’obbligatorietà. Questo è indicativo di come all’epoca del paventato “salto all’indietro” non ci fosse un’esigenza sociale diffusa e condivisa di associare obbligatorietà a vaccinazioni.

La necessità di vaccinarsi per l’accesso scolastico ha il merito di tutelare la comunità scolastica (soprattutto i soggetti più fragili) nei confronti di malattie infettive molto contagiose e con elevato pericolo di complicanze come il morbillo. Roberta Villa nel suo video spiega quali potrebbero essere le ricadute per i piccoli immunodepressi e rimando alla visione del video per saperne di più.
Mi preme, invece, sottolineare un aspetto triste della recente querelle che spopola sui social. In molti si sono scagliati contro la ministra della Salute Giulia Grillo per avere affermato su Facebook che «Insieme al ministro dell’Istruzione garantiremo a tutti i bambini immunodepressi, quelli che non possono scegliere se vaccinarsi o meno, l’adeguata collocazione in classi in cui è assicurata la copertura vaccinale. In questo modo dando la priorità a chi non può scegliere rispetto a chi può scegliere di vaccinarsi e decide comunque di non farlo» accusandola di discriminazione nei confronti degli immunodepressi, di segregazione, di creare ghetti, classi speciali… (purtroppo tra i molti che si sono scagliati vi sono anche persone per cui nutro molta stima).
Riporto qui di seguito quanto previsto dall’articolo 4 della legge 119 del 31 luglio 2017, che ha convertito in legge il Decreto Lorenzin “Disposizioni urgenti in materia di prevenzione vaccinale”:

Art. 4

Ulteriori adempimenti delle istituzioni
scolastiche e educative

1. I minori che si trovano nelle condizioni di cui all’articolo 1,
comma 3, sono inseriti, di norma, in classi nelle quali sono presenti
solo minori vaccinati o immunizzati, fermi restando il numero delle
classi determinato secondo le disposizioni vigenti e i limiti di cui
all’articolo 1, comma 201, della legge 13 luglio 2015, n. 107, e
all’articolo 19, comma 7, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98,
convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111.

2. I dirigenti scolastici delle istituzioni del sistema nazionale
di istruzione e i responsabili dei centri di formazione professionale
regionale e delle scuole private non paritarie comunicano all’azienda
sanitaria locale, entro il 31 ottobre di ogni anno, le classi nelle
quali sono presenti piu’ di due (( minori )) non vaccinati.

Ho risposto ad alcuni tweet facendo presente che quanto scritto dal ministro su Facebook è già previsto dal decreto Lorenzin; le repliche che ho ricevuto sono al limite del teatro dell’assurdo:

Che infatti (quanto previsto nel DL Lorenzin, NdR) ha senso solo se abbinato alla vaccinazione obbligatoria

Con la vaccinazione obbligatoria, in realtà, tutte le classi dovrebbero avere minori vaccinati o immunizzati (con l’esclusione dei non vaccinabili per motivi di salute) e l’articolo 4 non avrebbe quindi molto senso. Ma anche con la legge Lorenzin è possibile accedere alle scuole primaria e secondaria pur se non in regola con le vaccinazioni e in questo contesto potrebbe trovare una giustificazione quanto previsto nell’articolo 4.
L’altra risposta è altrettanto paradigmatica di come non ci sia alcuna volontà di confronto, ma solo pre-giudizio (e non sto parlando di novax)

Letto.

“di norma”, “fermo restando”…

Il che vuol dire che, se necessario, possono essere inseriti in classi con non vaccinati. Bene ma non benissimo, direi.

Ovviamente, a dire dell’anonimo commentatore, le affermazioni della ministra Grillo sono completamente differenti dalla formulazione presente nella legge Lorenzin.

Quale è il problema, a mio parere? Che in questo clima di guerra (creatosi per responsabilità molteplici) quello che importa è attaccare il nemico, senza porsi minimamente il problema di entrare nel merito delle questioni. Proporre di tutelare i più fragili inserendoli in classi di soli vaccinati/immuni è una misura che deve essere valutata per la sua reale efficacia protettiva e applicabilità, non perché proposta dall’ex ministro o da quello attuale.

L’obbligo è un intervento che ha (o dovrebbe avere) lo scopo di tutelare la salute della comunità e di ridurre i rischi dovuti alle malattie infettive. Dovrebbe essere valutato sulla base dei possibili benefici e delle ricadute negative e dovrebbe essere inserito in una visione e in una strategia più ampia. Come già detto in precedenti post, a mio parere – ma potrei sbagliarmi – la valutazione benefici-rischi e la strategia complessiva non sono stati sufficientemente esplicitati, così come le attività di monitoraggio delle implicazioni.
Anche il cosiddetto “obbligo flessibile nel tempo e nello spazio” (che potrebbe intervenire in singoli contesti territoriali in presenza di coperture insufficienti e concreto rischio epidemico) proposto dall’attuale ministro non è una cretinata in quanto tale, come ritenuto da alcuni. A mio modesto parere potrebbe essere di difficile applicazione nel contesto italiano, ma merita che lo si discuta dal punto di vista “tecnico” e non ideologico.

Infine, vorrei tranquillizzare gli apocalittici e integrati frequentatori dei social: la stragrande maggioranza dei genitori vaccina anche senza essere costretta. Nel 2017 più del 90% dei genitori ha scelto di vaccinare il proprio figlio contro lo pneumococco, vaccino non obbligatorio e senza “copertura mediatica”. E in anni precedenti, neanche troppo remoti nel tempo, c’erano aree geografiche con percentuali di vaccinati contro il morbillo sopra il 95% (anche nel “famigerato” Veneto).
Non corrisponde al vero, dunque, che se non fosse per l’obbligo nessuno più si vaccinerebbe.

Come sempre le opinioni qui sopra riportate sono del tutto personali.

Davvero si può affermare che l’obbligo (vaccinale) ha funzionato?

Champagne_tower

Cameriere, champagne!

Ieri, martedì 24 aprile, il Ministero della Salute ha reso pubblici i dati sulle coperture vaccinali in Italia, accolti con (contenuto) entusiasmo da molti. Si tratta indubbiamente di una notizia positiva, pur se ho qualche remora ad accogliere altrettanto positivamente molti titoli dei giornali che mettono, più o meno, l’accento sul fatto che il decreto sull’obbligo sia risultato efficace, nonché i commenti sui social dei pro-Scienza(h) del tipo “alla faccia di chi diceva che l’obbligo non era necessario”.

I dati del Ministero della Salute indicano che le coperture a 24 mesi sono aumentate: la percentuale di vaccinati contro la polio (utilizzato come indicatore della copertura per l’esavalente) è aumentata di 1,2% rispetto alla precedente coorte di nati (da 93,3 a 94,5%), mentre i vaccinati contro il morbillo sono aumentati del 4,4% (da 87,3 a 91,7%). Sono aumentate anche le coperture per i vaccini non obbligatori (del 2,4% sia quella contro lo pneumococco che quella contro il meningococco C).

Di fronte a questo aumento di copertura si può dunque affermare che l’obbligo ha funzionato? In parte – e forse – dal momento che la realtà è più complessa.
Al miglioramento delle coperture potrebbero aver concorso diversi fattori, come per esempio (elenco non esaustivo):

  • gli effetti diretti della legge sull’obbligo vaccinale sulle scelte dei genitori
  • gli effetti indiretti della legge sull’obbligo (p.es. l’impatto sull’organizzazione dei servizi anche in termini di giorni e orari di apertura, che potrebbe avere favorito l’accesso da parte dei genitori)
  • il dibattito sulle vaccinazioni sui mezzi di comunicazione
  • l’enorme eco mediatica riguardante l’epidemia di morbillo, con una copertura da parte di giornali e TV che non aveva accompagnato le precedenti epidemie (si veda per esempio quella del 2011 con un numero di casi simile a quella dello scorso anno)

Inoltre, occorre considerare che le vaccinazioni esavalente e anti-pneumococco vengono somministrate nel primo anno di vita e non è possibile sapere, in base ai dati disponibili, quanti bambini erano stati vaccinati nel 2016 (prima, dunque, del dibattito sull’obbligo e dell’entrata in vigore della legge) e quanti sono stati “recuperati” dopo. La stessa considerazione può valere anche per la vaccinazione antimorbillo, generalmente effettuata tra il 13° e il 15° mese: quanti erano già stati vaccinati prima del luglio 2017? Tra l’altro, un aumento della percentuale di vaccinati contro il morbillo (del 2% rispetto al precedente anno) era stato osservato anche nel 2016.

Non è possibile, dunque, valutare quanti genitori hanno scelto di vaccinare perché costretti e quanti lo hanno fatto per via di una maggiore informazione, per timore delle malattie (p.es. morbillo, meningite) o grazie a un accesso più facile ai servizi. Per alcuni genitori hanno verosimilmente influito più fattori, in misura diversa. E’ probabile, quindi, che l’obbligo abbia avuto un suo ruolo nel favorire una maggiore vaccinazione (soprattutto nel caso del morbillo), ma non è l’unica spiegazione plausibile.
Dal punto di vista del metodo scientifico, inoltre, l’osservazione di un aumento della percentuale di vaccinati dopo l’obbligo è un’evidenza di bassa qualità (potremmo equipararla a una prova alquanto indiziaria)

In ogni caso, l’impatto appare al momento modesto

E’ troppo presto per poter valutare in maniera compiuta il potenziale impatto dell’obbligo, che potrebbe apparire più evidente con i dati 2018. La legge, infatti, è stata approvata il 28 luglio 2017 e il termine ultimo per “mettersi in regola” con le vaccinazioni era lo scorso marzo. Fatta questa doverosa precisazione, la situazione delle coperture al 31 dicembre 2017 appare al di sotto delle aspettative: per l’esavalente siamo vicini, ma ancora sotto, la fatidica soglia del 95% (fatto salvo che per le vaccinazioni contenute nell’esavalente parlare di questa percentuale come soglia per l’immunità di gruppo non è del tutto corretto, se non per la pertosse), mentre per il morbillo, pur con un aumento rilevante dei vaccinati, siamo ancora lontani dal raggiungerla.
E’ esaminando in particolare i dati di due contesti regionali che la situazione appare non del tutto soddisfacente. Il primo esempio è l’Emilia Romagna, regione in cui nel 2017 era già presente una legge che vincolava l’accesso ai nidi ai vaccinati contro difterite-tetano-polio-epatite B. Nonostante questo, l’Emilia Romagna è tra le 10 regioni italiane in cui la copertura nei nati nel 2015 è inferiore al 95% (nei nati nel 2016 la copertura è comunque ulteriormente aumentata). Il secondo esempio è la Lombardia: nel 2016 era la regione con la percentuale più elevata di vaccinati contro il morbillo (93,4%), mentre nel 2017 questa percentuale è variata di poco (93,9%).

E lo pneumococco come fa?

A mio parere l’andamento delle coperture per i vaccini non obbligatori (meningococco, pneumococco) contribuisce a far ipotizzare che non tutto è spiegabile con l’obbligo. Tra i nati nel 2015 il 90,9% dei bambini è stato vaccinato contro lo pneumococco (+2,4% rispetto ai nati nel 2014). Questo significa che 9 famiglie su 10 hanno scelto questo vaccino senza essere costrette a farlo.
Se l’aumento della copertura con anti-meningococco potrebbe essere in parte dovuta all’epidemia mediatica di meningite, quest’ultima giustificherebbe in misura minore l’aumento dell’anti-pneumococco. Vaccino che peraltro non era stato ipotizzato tra quelli obbligatori nemmeno nella prima versione del decreto Lorenzin.
La copertura per il vaccino contro lo pneumococco sembra smentire la vulgata di moda in questi tempi secondo la quale gli italiani sono ignoranti e se non li si obbliga non vaccinano i loro figli. Inoltre, sembrerebbe confermare che molti dei genitori che non vaccinano contro il morbillo non sono dei cretini irresponsabili, ma verosimilmente nutrono timori nei confronti di quello specifico vaccino (timori suscitati o ingigantiti da informazioni distorte).

Quindi? Davvero l’obbligo è l’unica strada possibile?

In conclusione, credo che il punto non sia stabilire se l’obbligo ha funzionato o meno. E’ verosimile che abbia contribuito e contribuirà, soprattutto per il vaccino contro il morbillo, a far aderire alla vaccinazione i genitori titubanti, consentendo rapidamente un aumento di vaccinati che avrebbe altrimenti richiesto tempi più lunghi. Il rischio, reale e in atto, è di dedurre (senza avere le evidenze per poterlo fare) che l’obbligo “è più efficace di…”, “è l’unica strada possibile…”. Come dire, senza obbligo non si può stare.

P.S.: il sottotitolo di questo post è “In morte del metodo scientifico (nel nome della Scienza!)” per via delle tante discutibili affermazioni udite e lette in queste settimane da parte di autorevoli rappresentanti del “mondo scientifico” .

Come sempre le opinioni qui riportate sono del tutto personali

I vaccini, la California…e i marò?

(La medicina e il manganello, stagione II, episodio… ?)

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Ieri abbiamo affrontato su Valigia Blu la questione dell’obbligo vaccinale (che va oltre il caso italiano e oltre la stessa legge del governo), ponendo al centro della discussione la legittimità di discutere sul metodo e sulla sua efficacia. Premettendo chiaramente che non si discute sulla efficacia e sulla necessità dei vaccini (su quello c’è consenso da parte della comunità scientifica). Ma gli stessi esperti, scienziati, comunicatori, divulgatori, medici discutono invece sul metodo per ottenere l’obiettivo di un’alta percentuale di vaccinazioni: l’obbligo è davvero la strada giusta? Come si affronta la questione complessa dell’esitazione vaccinale (termine che comprende i concetti di indecisione, incertezza, ritardo, riluttanza)?

Come sempre abbiamo risposto ai commenti, partecipato alla discussione, moderato gli scambi. È stata un’esperienza notevole da diversi punti di vista. I commenti che ci hanno impegnato di più sono stati quelli “firmati” da persone convinte della assoluta necessità dei vaccini (cosa che chiaramente non ci siamo permessi di mettere in discussione), ma che però per pregiudizi cognitivi o forse per la fretta di commentare (spesso senza aver prima letto tutto il post, ma solo titolo e lancio), ci hanno accusato di essere a favore dei No-Vax. Travisando completamente l’argomento e le argomentazioni del post. Insulti, aggressività, dileggio, prese in giro, insinuazioni bislacche sono state più o meno la cifra di questi commenti. Stessi metodi e stesso atteggiamento che queste persone criticano in quelli che loro vedono come “nemici” da sconfiggere, definiti spesso con disprezzo “analfabeti funzionali”. Sorprende che i presunti “più intelligenti”, “più preparati”, “più colti” e “più democratici” abbiano avuto una simile reazione di fronte anche solo alla possibilità di discutere di ciò di cui la stessa comunità scientifica discute e su cui si interroga.

Apro questo post citando questa riflessione di Arianna Ciccone (la versione integrale qui), giornalista, fondatrice del blog collettivo Valigia Blu (chiamarlo “blog” è riduttivo, in quanto non ha nulla da invidiare ai media tradizionali), co-fondatrice e direttrice dell’International Journalism Festival.
La stessa esperienza vissuta da Antonio Scalari (autore dell’articolo incriminato) e Arianna Ciccone è toccata nei mesi scorsi a molti altri che hanno osato mettere in dubbio il totem dell’obbligatorietà (tra i vari esempi, mi tornano in mente le polemiche nei confronti dell’associazione Altroconsumo accusata in un post su Facebook di avere affermato il falso per avere scritto in un articolo che “Gli studi non confermano che l’obbligo di vaccinazione produca risultati superiori a quelli ottenibili attuando misure di informazione e di dialogo con i genitori in dubbio o contrari ai vaccini.”)
Quando ormai 9 mesi fa ho scritto il primo post delle serie “La medicina e il manganello” ero molto indeciso se utilizzare o no quel titolo che mi sembrava troppo forte. Con il trascorrere del tempo mi sono reso conto, invece, che fotografasse, molto bene la situazione: di come non fosse possibile discutere serenamente su pro e contro delle misure coercitive senza essere tacciati di essere contro i vaccini (“Insulti, aggressività, dileggio, prese in giro, insinuazioni bislacche sono state più o meno la cifra di questi commenti“).

Non ci sarebbe molto da aggiungere alle parole di Arianna Ciccone. Ma mi piace aggiungere altre due citazioni, una recente e una di qualche tempo fa.
La prima la rubo da un articolo (a mio parere assolutamente da leggere) di Massimo Sandal su Wired:

Questo modo piccino e volatile di concepire la scienza è sintomo della costante polarizzazione dell’opinione pubblica. La scienza, o meglio il fantoccio culturale-ideologico così etichettato da entrambe le parti (vuoi una emanazione corrotta del sistema alla quale si oppongono pochi fantomatici ricercatori indipendenti, vuoi una specie di oracolo incontrovertibile contro ogni populismo) è ormai uno dei totem intorno al quale costruiamo la nostra identità. Prova ne sia il fatto che la scienza diventa buona quando soddisfa le nostre esigenze ideologiche, e cattiva quando vi si oppone.

La seconda è della professoressa Heidi Larson (professoressa di antropologia presso la London School of Hygiene and Tropical Medicine, direttrice del progetto Vaccine Confidence e componente del gruppo di lavoro sull’esitazione vaccinale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità) pubblicata in un’articolo sul quotidiano inglese Independent il 27 aprile 2017:

I really think we need to put down our guns on this issue. It is only making the situation worse,” says Dr Larson. “The current polarisation of anti- and pro- sentiments is creating a war-like environment, fighting for ‘who is winning’. I think that is one of the most dangerous and counterproductive trends.

“Credo davvero che su questo tema (i vaccini, NdA) è necessario deporre le armi. Si sta solo peggiorando la situazione. L’attuale polarizzazione di sentimenti anti- e pro- sta creando un clima di guerra, dove si combatte per “chi sta vincendo”. Penso sia una delle tendenze più pericolose e controproducente.”

Naturalmente l’invito della professoressa Larson non è stato accolto né in Italia, né probabilmente altrove, con le conseguenze sono quelle fotografate da Arianna Ciccone, Massimo Sandal e altri.

Pochi anni fa la frase “E i marò?” (con la sua variante “Prima i marò”) era il tormentone utilizzato da alcuni utenti dei social con l’intento di chiudere qualsiasi argomento di conversazione. Nelle discussioni di questi mesi l’accenno alla California (spesso richiamata riferendosi direttamente all’acronimo SB277 – California Senate Bill 277 – della legge che ha tolto la possibilità di esenzioni non mediche alla vaccinazione) è diventato l’equivalente de “E i marò?”. Nei momenti più caldi non c’era dibattito sull’obbligatorietà vaccinale che non vedesse la comparsa tra i commenti di “SB277”.
Ma come chi tirava in ballo i marò spesso conosceva poco della vicenda, così molti tra quelli che citano l’esempio della California lo fanno senza conoscere in modo approfondito di cosa stanno parlando. E’ quello che la professoressa Heidi Larson sintetizza nell’espressione “fighting for ‘who is winning’ “, combattere per “chi sta vincendo”, voler avere ragione senza entrare nel merito delle argomentazioni e della complessità dei temi (chi volesse toccare con mano, può provare a leggere la discussione sul post di Valigia Blu).
Come ha scritto Massimo Sandal nel suo articolo su Wired sopra citato, la scienza è ridotta a un “fantoccio culturale-ideologico”, un totem svuotato di qualsiasi significato.
Del resto, l’impressione è che molti di quelli che vorrebbero tacitare qualsiasi discussione su benefici e rischi delle misure coercitive lo fanno principalmente perché ritengono che sia doveroso punire gli anti-vaccini, senza preoccuparsi delle ricadute negative (p.es. che sotto i colpi dei bastoni possano finire, anche o soprattutto, i genitori che hanno la sola colpa di nutrire timori).

Le opinioni sono espresse a titolo esclusivamente personale.

Nella foto in alto, il Palazzo del Grillo, a Roma (Autore: Lalupa, Wikimedia Commons)