Incroci pericolosi (ovvero, sulla medicina del non si sa mai)

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Quindici minuti, vale a dire 900 secondi. E’ la soglia comunemente utilizzata per discriminare se un contatto ravvicinato (distanza inferiore a 2 metri) è ad alto o basso rischio di contagio.

Camminando a un passo non proprio sostenuto, si può impiegare 1 secondo per percorrere una distanza pari a un metro. Questo significa che se due persone camminano una verso l’altra si troveranno a una distanza inferiore a due metri (con rischio potenziale di contagio) per un periodo di tempo di circa 2 secondi. Quattro secondi nel caso in cui una delle due sia ferma. In ogni caso, anche raddoppiando il tempo si tratterebbe di meno dell’1% della soglia di rischio.

Pur trattandosi di un criterio arbitrario utilizzato per ragioni pratiche, minore è il tempo di esposizione e più basso è il rischio, ancora di più all’aria aperta. E nella maggior parte delle attività quotidiane trascorse all’aperto ci si trova necessariamente (senza volerlo e senza poterne fare a meno) a una distanza inferiore a 2 metri per un tempo estremamente breve.

Se c’è una cosa che mi “manda ai matti” è l’obbligo della mascherina all’aria aperta (in vigore ancora oggi e molto probabilmente fino a metà luglio in Lombardia). Mi irrita perché è una misura che non ha alcun razionale. Quanti contagi sono avvenuti all’aperto? Quanti potrebbero essere evitati?

Le prove scientifiche sull’efficacia dell’uso universale mascherine nel ridurre la diffusione dei virus respiratori non sono solide, ma questo sarebbe anche un aspetto poco rilevante. Come norma di buon senso può essere accettabile raccomandarne l’uso in ambienti chiusi e potenzialmente affollati (per esempio mezzi pubblici, negozi) come fatto dalle istituzioni sanitarie nazionali e internazionali. I dati finora disponibili di valutazione dell’efficacia delle mascherine riguardano prevalentemente l’ambiente ospedaliero e domestico ed è una forzatura enorme riferirsi alle evidenze per motivare provvedimenti che con le evidenze non hanno niente a che spartire.
E’ la logica del “non si sa mai”: si cerca di evitare rischi con una probabilità alquanto bassa di verificarsi, mentre i contesti a rischio di contagio sono altri (come raccontano anche le cronache molto recenti).

La mia esperienza del tutto aneddotica non fa sicuramente testo (vivendo in un paese e lavorando in quel di Bovisa a Milano, per di più dal lato meno frequentato), ma da quando ho ripreso le abitudini precedenti al “lockdown”, vale a dire da un mese, senza timore di esagerare credo che sommando tutte le volte in cui durante gli spostamenti quotidiani per lavoro o per diletto ho incrociato all’aperto altre persone (indossando quasi sempre la mascherina), senza riuscire a mantenere la distanza fisica dei 2 metri, non raggiungo i 15 minuti.
Ieri nel tardo pomeriggio sono uscito per una passeggiata nei boschi durata 50 minuti, portando con me la mascherina (non l’ho indossata equiparando la passeggiata su un sentiero con saliscendi come attività motoria intensa): nel mio percorso ho incrociato quattro persone. In un solo caso per pochi secondi la distanza è stata inferiore ai fatidici due metri, mentre mi sono intrattenuto a parlare con un amico per qualche minuto mantenendo sempre il distanziamento.
Che senso ha l’obbligo universale e indiscriminato?  Se non a fornire la falsa impressione che il rischio di contagiarmi è lo stesso, che mi trovi da solo su un sentiero di un bosco o in un locale affollato? Se non a continuare ad addossare le responsabilità sulle spalle dei cittadini?

Le opinioni riportate sono del tutto personali

Foto: The Crossroads, Clarksdale, Mississippi di Joe Mazzola (by Flickr).
Un famoso incrocio “pericoloso”

Il beneficio del dubbio

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Ieri (sabato 20 giugno) sono stati resi noti i risultati di un’indagine campionaria promossa da EngageMinds Hub dell’Università Cattolica sulla propensione a vaccinarsi contro la COVID-19. L’indagine è stata svolta su un campione di 1000 persone rappresentativo della popolazione italiana tra l’11 e il 18 maggio (a due mesi dall’inizio dei primi studi condotti nell’uomo sui candidati vaccini e prima che fossero pubblicati dati su sicurezza ed efficacia dei vaccini in studio).

La sintesi sui risultati è stata presentata dai media (si veda per esempio questo articolo) con titoli del tipo

Vaccino Covid. Sondaggio shock della Cattolica: “Quasi 1 italiano su 2 dice che non si vaccinerà”

Oppure:

Coronavirus, il 41% degli italiani pensa di non vaccinarsi

Sui social media fioccano i commenti indignati, il cui contenuto medio è che siamo un popolo ignorante, per dirla in modo eufemistico. E che chi non ha risposto (un mese fa) che si vaccinerà non dovrebbe essere intubato o ricoverato in terapia intensiva in caso di COVID-19.

La narrazione dei giornali (stando a quanto riportato negli articoli) non corrisponde, però, alla realtà dei fatti. Il 59% degli intervistati ha definito come abbastanza o molto  probabile la scelta di vaccinarsi, il 15% come per niente o poco probabile, e il 26% come “né poco né molto probabile”.

Quest’ultima risposta potrebbe essere traducibile in “non so, non ho ancora deciso”. Una risposta fisiologica, considerando che a oggi non sappiamo ancora se ci sarà un vaccino sicuro ed efficace e quale sarà tra quelli attualmente oggetto di studio. Non solo, ma al momento l’unica pubblicazione riguarda uno studio di fase 1 (la prima delle fasi di sperimentazioni nell’uomo) condotto in 108 volontari sani in Cina (pubblicazione non ancora disponibile al momento del sondaggio).

Un italiano su quattro potrebbe decidere sulla base dei dati disponibili sul vaccino. Eppure nella narrazione dominante la risposta “non so” è stata tradotta come “non intende vaccinarsi”. Invece di porre l’accento sul 59% degli italiani con una propensione a vaccinarsi anche senza che un vaccino sia ancora all’orizzonte, ecco che la notizia diventa che 4 su 10 non si vaccineranno. Ma chi ve l’ha detto?

Negli articoli che ho avuto modo di leggere non erano riportate le domande poste agli intervistati. Ma ho qualche perplessità su un sondaggio svolto senza sapere nulla del vaccino.
Questo sarebbero potute essere alcune delle mie risposte… le domande invece le ho ipotizzate (I=ipotetico intervistatore, A=Antonio):

I: Quando sarà disponibile un vaccino contro la COVID-19, come definirebbe la sua probabilità di vaccinarsi…
A: Sì ma… quale vaccino?
I: Il vaccino
A: Che effetti indesiderati potrei avere? Febbre? Malessere?
I: Può darsi.
A. Qual è la sua efficacia? Quanto dura la protezione?
I: Sarà efficace. Quindi, cosa risponde?
A: Quante dosi dovrò fare? Dovrò fare dei richiami ogni anno?
I: Non so, si vedrà… Allora qual è la sua risposta?

Non voglio essere poco rispettoso nel valutare il lavoro di altri ricercatori, vorrei solo sottolineare come ci sono delle valutazioni che alcuni effettuano prima di prendere delle decisioni. Ha a che fare con la consapevolezza (awareness) che a mio parere, e fortunatamente non solo mio, è essenziale nelle scelte che hanno a che fare con la salute (e non solo con la salute).

Dare dell’imbecille (come spesso avvenuto sui social) a qualcuno solo perché chiede di decidere sulla base di dati oggi non disponibili è oltraggioso. E finisce con il fare il gioco dei no-vax.

Molto probabilmente quel 26% che non si è espresso può essere convinto da un vaccino sicuro e con una buona efficacia.
Più preoccupante è il 15% che ritiene per nulla o poco probabile la scelta di vaccinarsi. E’ necessaria una riflessione su questo dato e comprendere le ragioni di questa valutazione. Anche in questo caso ritenere solo che si tratti di ignoranza o stupidità rischia di essere un errore. Come anche ritenere che sia sufficiente imporre l’obbligo per risolvere la situazione.

 

Immagine tratta da flickr: “Doubt”, Beshef

Le opinioni riportate sono espresse a titolo puramente personale

Cose che vorrei nella fase 2. Episodio 1

Sono tante le cose che vorrei dalla fase 2. Inizio a elencarne una… pur sapendo che non so se dopo avrò voglia di proseguire con la lista dei “desiderata”.

Venerdì scorso nel report dell’Istituto Superiore di Sanità che riassume i dati sull’epidemia di COVID-19 in Italia è stato riportata un’analisi preliminare sul luogo in cui è avvenuto il contatto in poco più di 4500 casi (su 58.803) segnalati a partire dal 1 aprile. In questa analisi (come da tabella sotto riportata) emerge come RSA e ambito familiare siano i luoghi dove più frequentemente è avvenuto il contagio. Trattandosi di un campione non casuale e non rappresentativo – e riferendosi a un periodo in cui erano da tempo in vigore le misure di contenimento – l’analisi non può essere generalizzata.

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(Tabella tratta dal rapporto “Epidemia COVID-19”
dell’Istituto Superiore di Sanità del 23 aprile 2020)

Scrivono i ricercatori dell’ISS:

“Una raccolta sistematica dell’informazione sul luogo di esposizione permetterebbe una valutazione più accurata dei contesti in cui sta avvenendo la trasmissione della malattia in questa fase della pandemia.”

E’ questo uno dei miei auspici per la fase 2: che siano disponibili e pubblici dati che consentano di tracciare la catena dei contagi e di stimare, oltre al dove, quando è avvenuto il contagio (nonché di conoscere le caratteristiche della popolazione sottoposta a tampone).
Ancora oggi leggo sui media o sento commenti di amici sull’aumento del numero di nuovi contagi, spesso da loro associato al “maggior numero di gente in giro”.
Se non sappiamo dove le persone si sono contagiate, quando e a chi sono stati effettuati i tamponi si rischia (di nuovo) di cercare il virus dove non c’è o circola in minima parte.
Con il rischio di perpetuare la pia illusione che tutto si risolva con il solo restare a casa, senza che vengano messe in atto le necessarie misure per prevenire il diffondersi dell’epidemia nei luoghi dove il rischio è più elevato.

In un campione ancora più piccolo e ancor meno rappresentativo (la realtà territoriale in cui vivo) la maggior parte dei casi positivi registrati nell’ultima settimana derivavano da tamponi effettuati in una casa di riposo (con contagi che non è noto quando potrebbero essere avvenuti). Se lo stesso fosse successo anche in altri contesti, questo potrebbe significare che molti dei casi positivi conteggiati negli ultimi giorni erano anziani ricoverati in case di riposo. Questa potrebbe essere un’informazione molto importante per riflettere su dove intervenire per ridurre ulteriormente la diffusione dell’epidemia.

Pur con i limiti e l’impossibilità di generalizzare, i dati presentati dall’ISS consentono qualche riflessione. Che le RSA rappresentino il luogo del contagio nel 44%, nell’8% o nel 3% dei casi che si sono ammalati è per certi versi poco rilevante, dal momento che questa popolazione sarebbe dovuta essere quella maggiormente protetta.
I contagi avvenuti in famiglia potrebbero non rappresentare un quarto del totale; in ogni caso si tratta di contagi avvenuti “in casa”, in parte prevenibili se fosse stata programmata la possibilità di isolare in strutture dedicate i pazienti con sintomi lievi con impossibilità di un adeguato isolamento domiciliare (e i dati riportati nel rapporto dell’ISS non tengono conto dei tanti con sintomi simil-influenzali che sono rimasti a casa senza tampone e spesso senza informazioni su come comportarsi loro e i loro familiari).

Le opinioni sono espresse a titolo puramente personale

 

Il reato di passeggiata e le occasioni perdute

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Spoiler: non è poi così vero che la COVID-19 rappresenti la “rivincita della Scienza” (sempre che utilizzare questa espressione abbia un qualche senso).

“La rivincita della scienza”. Ho visto utilizzare spesso questa affermazione a proposito dell’impatto dell’epidemia di COVID-19 sulla popolazione e dell’ansiosa attesa di vaccini e terapie efficaci. Personalmente credo che sia un’espressione che non ha molto senso e che, in ogni caso, non corrisponda a verità. Sperare che presto si possa disporre di un vaccino non corrisponde necessariamente a una maggiore consapevolezza dell’importanza dell’approccio scientifico (o più in generale della ricerca).

Men che meno traspare consapevolezza di ciò che significhi approccio scientifico dai post indignati dei guardiani della rivoluzione che si scagliano contro i camminatori solitari o dai commenti che trasudano sadico godimento per la caccia ai “runner” via elicottero o drone.
Se si dovesse fare oggi un sondaggio chiedendo il grado di accordo con affermazioni come “I vaccini causano l’autismo” e “Chi esce di casa per una passeggiata mette a rischio la salute di tutti” sono convinto che la percentuale di chi si ritrova concorde con la seconda sarebbe di gran lunga maggiore rispetto ai sostenitori della prima. E molto probabilmente ritenendo, magari in buona fede, che “lo dice la Scienza”.

Avevo un sogno. Che la situazione eccezionale per gravità e impatto dell’epidemia di COVID-19 potesse rappresentare un’occasione per cercare di accrescere la consapevolezza nella popolazione di come sia importante prendersi cura della propria salute. Lavarsi accuratamente le mani, certo. Non toccare bocca, naso e occhi con le mani sporche, anche. Ma non solo. Invece…

Invece di evidenziare quali sono i luoghi e i comportamenti che comportano un maggior rischio di infezioni, si è preferito semplificare il tutto con un unico slogan “restate a casa”. In questo modo essere da soli all’aria aperta o trovarsi in un luogo chiuso con altre persone nell’immaginario di molti espone a un rischio non così tanto differente. Se il luogo chiuso, poi, è la propria abitazione il rischio è “sicuramente” minore che starsene fuori.

Sulla rivista Nature Medicine è stato pubblicato una decina di giorni fa uno studio sull’efficacia delle mascherine nel ridurre la diffusione dei virus respiratori, ripreso ampiamente dai mezzi di comunicazione e ritenuto da molti la prova provata dell’utilità di un uso allargato alla popolazione di questo strumento. In realtà, leggendo attentamente lo studio, la popolazione coinvolta era rappresentata da pazienti che presentavano sintomi di influenza o di altre infezioni respiratorie (più dell’80% di chi aveva partecipato presentava tosse, raffreddore o mal di gola e molti anche dolori muscolari o mal di testa). Diciamo, non proprio asintomatici. Vale a dire, lo studio supporta un’indicazione su cui sono concordi tutte le istituzioni sanitarie: indossare la mascherina da parte di chi ha sintomi simil-influenzali riduce il rischio di contagiare altri.
Ma non è questo il punto su cui vorrei soffermarmi.
I ricercatori hanno raccolto campioni di respiro espirato dalle persone sottoposte allo studio per 30 minuti, riscontrando una carica virale bassa:

“For those who did shed virus in respiratory droplets and aerosols, viral load in both tended to be low… Given the high collection efficiency of the G-II and given that each exhaled breath collection was conducted for 30 min, this might imply that prolonged close contact would be required for transmission to occur, even if transmission was primarily via aerosols, as has been described for rhinovirus colds.

“Un contatto stretto e prolungato potrebbe essere necessario perché avvenga la trasmissione, anche nel caso di virus trasmessi prevalentemente attraverso aerosol, come i rinovirus” (e non tramite le goccioline respiratorie come avviene per il virus influenzale e i coronavirus. Tra i partecipanti allo studio non c’erano pazienti con COVID-19). Per dire, la possibile trasmissione di SARS-CoV-2 anche mediante aerosol (e non solo attraverso le goccioline respiratorie) è ciò che ha spinto alcuni quotidiani a titolare in maniera troppo approssimativa “il virus è nell’aria”. Stando a quanto pubblicato dai ricercatori di Hong Kong, anche se alcune simulazioni ipotizzano che le goccioline più piccole (il famoso aerosol) possano coprire distanze maggiori rispetto ai canonici 6 feet (1,8 metri) e rimanere per più tempo sospese nell’aria, per poter infettare è altamente improbabile che sia sufficiente un contatto di breve durata (per esempio incrociarsi lungo una strada o un sentiero).

Del resto, nulla di nuovo… nella definizione di contatto stretto (vale a dire un contatto che dovrebbe essere rintracciato e messo in quarantena) del Ministero della Salure troviamo

  • una persona che ha avuto un contatto diretto (faccia a faccia) con un caso di COVID-19, a distanza minore di 2 metri e di durata maggiore a 15 minuti;
  • una persona che si è trovata in un ambiente chiuso (ad esempio aula, sala riunioni, sala d’attesa dell’ospedale) con un caso di COVID-19 per almeno 15 minuti, a distanza minore di 2 metri;

Questa definizione non vale solo per l’Italia, ma si ritrova pari pari nei protocolli di altre istituzioni internazionali.

Ambiente chiuso, almeno 15 minuti, distanza minore di due metri. Eppure… si emettono ordinanze per prescrivere l’uso delle mascherine ogni volta che si esce di casa, quindi anche all’aperto (si sa mai che incroci qualcuno) o anche se si è in auto da soli (ci sono automobilisti rimproverati per non averla indossata, se non addirittura multati).

Nonché si è fatto di tutto per scoraggiare l’attività fisica o motoria svolta all’aperto e nel rispetto del distanziamento sociale.
I benefici dell’attività fisica per la salute fisica e mentale delle persone sono documentati da solide prove scientifiche e evidenziati dalle istituzioni sanitarie nazionali e internazionali. Eppure, è bastata l’epidemia di COVID-19 per far diventare l’attività motoria come non essenziale, uno sfizio più o meno inutile per persone viziate. Anche quando non vigevano restrizioni particolari, chi usciva per una corsa o una passeggiata in solitaria è stato stigmatizzato da molti come un incosciente che non rispettava le regole e metteva a rischio la salute delle persone.

Un articolo di Wu Ming di alcune settimane fa (ma non sembra essere cambiato molto da allora) descriveva come in molte nazioni, anche in quelle che hanno adottato misure restrittive simili a quelle italiane, svolgere attività all’aperto fosse consentito (anche insieme ad altri componenti della propria famiglia) e in alcuni casi raccomandato.

Come spesso accade, invece di punire l’irresponsabilità di una minoranza, sanzionando il mancato mantenimento del distanziamento sociale, si è preferito colpire la maggioranza responsabile e dotata di senso civico. Certo, permettere lo svolgimento di corse, passeggiate e uscite in bici senza rischio di assembramenti può essere complicato in una grande città. Non che il limite dei 200 metri risolva, però, il problema (come ben descritto da Zerocalcare nel video citato nelle note).
Ma come si sono trovati meccanismi per contingentare gli accessi alle poste o ai supermercati (per esempio in base alle iniziali del cognome o al giorno di nascita) sarebbe stato possibile farlo anche per “regolamentare” le uscite.

Il problema è che (anche in questo ambito) ci si è fermati sull’emergenza del presente senza uno sguardo sul dopo. Che cosa succederà dopo? In termini di disagio, disturbi e malattie non direttamente correlate alla COVID-19, ma legati in qualche modo o esacerbati dalla quarantena e dalle misure prese.

Molti contagi avvengono all’interno del nucleo famigliare, anche per la difficoltà di garantire un efficace isolamento nella propria abitazione. Molti contagi avvengono in casa, ma il mantra che si continua a sentire è “troppa gente in giro”. Come se il problema non fosse la necessità di attuare appena possibile interventi organizzativi per prevedere la quarantena dei contatti e il monitoraggio dei pazienti con sintomi lievi in isolamento domiciliare o ancor meglio in strutture non ospedaliere dedicate. Non sono infrequenti i casi di famigliari di persone con sintomi simil-influenzali che non sanno come comportarsi. Quanto devo rimanere in casa? Dopo quanto posso uscire? Posso uscire per fare la spesa? Domande a cui non sempre ricevono una risposta.

Spesso ho letto, anche da parte di colleghi esasperati, che posso comprendere, commenti stizziti contro le persone che uscivano per una camminata o per una corsa. Da molti queste uscite erano viste come mancanza di rispetto: per gli operatori sanitari, gli ammalati, le persone che hanno perso la vita.  Io credo, invece, che il modo migliore per rispettare lo sforzo di chi lavora in prima linea per curare le presone con COVID-19 sia fare il possibile per mantenersi in salute, in cui il comportarsi in modo da prevenire il contagio è uno degli aspetti (ma non l’unico). Del resto, il rimanere in casa può essere da solo definito rispettoso?

Con quale autorevolezza tra qualche mese come comunità medica potremo raccomandare a persone in sovrappeso, con diabete o ipertese, “faccia una bella passeggiata”, dopo che questa attività è stata così vituperata?

Ci sono molti altri motivi per cui sarebbe utile consentire alle persone di poter uscire di casa: la condizione abitativa non ottimale (per esempi: spazi stretti, mancanza di balcone o giardino), famigliari con problemi di disabilità, condizioni di disagio personali o di altre persone che vivono nella stessa abitazione. La giornalista e medico Roberta Villa sulla sua pagina Facebook tempo fa aveva sottolineato come affrontare quest’epidemia rappresenti una maratona e che bisognerebbe mettere le persone nelle migliori condizioni per resistere più a lungo possibile nell’osservanza di misure che a molti possono apparire faticose (la sintesi è mia, spero sia fedele). Eccedere nelle limitazioni non è il modo migliore per essere di aiuto.
La quarantena pesa maggiormente sulle persone con maggiore vulnerabilità e fragilità (economica, sociale, psicologica…). Una comunità solidale dovrebbe avere uno sguardo di attenzione nei loro confronti e non puntare il dito o limitarsi a vietare.

Le opinioni sopra riportate sono espresse titolo personale

P.S. era da qualche settimana che avrei voluto scrivere questo post. Ho tergiversato per mancanza di tempo e (un po’) per non avere rotture di scatole. Una spintarella me l’ha data Alessia, un ex compagna di liceo, commentando su Facebook che gli “esperti” (non so se ho i titoli giusti per rientrare in questa categoria) dovrebbero spendersi per evitare che si creino tensioni sociali contro i runner o i “camminatori” identificati come untori.
Gente più competente del sottoscritto si è espressa più volte a sostegno della possibilità di mantenere al possibilità di svolgere attività fisica all’aperto. Per affetto e stima faccio un solo nome: il professor Silvio Garattini.

Segnalazioni in ordine sparso:

Assolutamente da vedere l’episodio Boh (“La corsa”) di Rebibbia Quarantine dell’immenso Zerocalcare, che illustra in modo esemplare il nostro tempo.

Tra gli articoli che ho letto (di alcuni, purtroppo, ho perso le tracce):

Runner, untori e il bisogno di odiare chi esce da casa di Dario Accolla su Linkiesta

Regole di insensato lockdown di Simona Bonfante su glistatigenerali.com

Keep parks open. The benefits of fresh air outweigh the risks of infection. Washington Post, 13 aprile 2020. A proposito di esperti… tra gli autori di quest’ultimo articolo vi sono due professori di Harvard (uno è Marc Lipsitch, che oltre che sul Washington Post, pubblica articoli su COVID-19 su importanti riviste scientifiche)

Si fa in fretta a dire: tutti con le mascherine

Nonostante le indicazioni delle istituzioni sanitarie e il parere non concorde di molti esperti, le gente ha deciso: dobbiamo usare le mascherine (“E’ un ordine!”, come ho visto circolare sui social).
Il capo della protezione civile Borrelli è stato oggetto di aspre critiche e talvolta di insulti da parte del tribunale del popolo per avere sostenuto quelle che sono le raccomandazioni (almeno fino a domenica 5 aprile 2020) di Organizzazione Mondiale della Sanità e Istituto Superiore di Sanità: se si rispetta il distanziamento sociale (e non si è malati) le mascherine non sono necessarie.
Del resto, perché attenersi alle posizioni delle istituzioni, quando i mass media si sono già espressi: il virus è nell’aria e l’OMS ha cambiato idea?
E i politici si adeguano.

Lo stato dell’arte e i differenti punti di vista degli esperti sono ben riassunti in alcuni articoli pubblicati in questi giorni. Per esempio, sul sito di Altroconsumo, su Valigia Blu (l’articolo non è specifico sulle mascherine, ma tocca anche questo argomento) e su Wired (in inglese).
Cerco di sottolineare qui alcuni punti del dibattito.
Quello su cui c’è consenso è che le mascherine servono per chi è malato (per ridurre la dispersione delle goccioline respiratorie) e per chi assiste una persona malata (famigliari, operatori sanitari…).
E’ importante che anche le altre persone le usino? Qui il consenso si riduce. Dal momento che anche chi non ha ancora sviluppato sintomi potrebbe trasmettere il virus, le mascherine potrebbero essere comunque utili per proteggere gli altri. Meno per proteggere chi le indossa. Ma…

Molti esperti concordano che le misure di prevenzione più importanti sono l’igiene e il rispetto delle distanze dalle altre persone. Utilizzare le mascherine potrebbe, invece, dare un falso senso di sicurezza e far ritenere erroneamente che si può fare a meno di stare ad almeno un metro di distanza dagli altri (viene in mente nulla?) oppure di lavare accuratamente e spesso le mani.
Inoltre , chi porta le mascherine rischia di toccare più spesso la faccia e la stessa maschera. Se indossate, tolte e smaltite in modo non corretto le mascherine rischiano di diventare un veicolo di contagio.
Infine, ultimo problema, non trascurabile, è che un uso massiccio e allargato delle mascherine potrebbe comportare carenze per le persone che più necessitano di questo dispositivo: operatori sanitari, altre persone che assistono chi è malato, pazienti.
Ci sono quindi dei potenziali rischi, che devono essere considerati nel raccomandare un uso universale delle mascherine.

In ogni caso occorre fare chiarezza.
Per prima cosa sul fatto che non ci sono prove scientifiche solide a sostegno dell’uso generalizzato delle mascherine. Ci sono legittimi pareri di esperti. E che chi non ritiene questo uso indispensabile si basa su pareri altrettanto legittimi di altri esperti.

In secondo luogo, è necessario fornire informazioni chiare su quando, dove e come occorre indossarle.
Se uno si trova all’aria aperta, da solo e a distanza dalle altre persone la mascherina non serve a nulla, perché non c’è il rischio di contagiare altri. E’ bene che lo si dica in modo esplicito e coerente, onde evitare false credenze e attacchi contro chi porta fuori il cane o sta passeggiando “senza mascherina (e senza guanti)”. Proteggere bocca e naso può essere utile in luoghi in cui può non essere semplice o sempre possibile mantenere le distanze di sicurezza (per esempio negozi, supermercati, mezzi pubblici).

Terzo punto: le mascherine sono monouso e per poter essere utilizzate in modo corretto (tra le altre cose) dovrebbero essere sostituite almeno ogni 3-4 ore o quando sono umide.  Quindi, dire che tutti dovremo portare la mascherina significa che devono essere disponibili centinaia di milioni di dispositivi, per gli operatori sanitari e per la popolazione. Sarà così? A costi accessibili per tutti? Altrimenti, se lo slogan si traduce necessariamente (perché non è possibile fare altrimenti) nel dover utilizzare per più giorni la stessa mascherina… diventa una presa in giro per di più potenzialmente pericolosa.
Girano informazioni sulle procedure su come sanificare le mascherine. Sono sicure e validate?
I centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) per gli Stati Uniti raccomandano per la popolazione l’uso (in particolari circostanze) di mascherine fai da te (specificando che quelle chirurgiche sono riservate per gli operatori sanitari) e fornendo informazioni dettagliate su come produrle e come lavarle.

Occorre, infine, che sia ben chiaro come devono essere smaltite. In casa e ancora di più nei luoghi pubblici (per esempio quelli lavorativi) è necessario che ci siano precisi indicazioni. L’OMS raccomanda di gettare immediatamente la mascherina in un contenitore chiuso e così deve poter essere fatto, evitando che la mascherina possa diventare un veicolo di contagio.

[Come sempre queste riflessioni rappresentano esclusivamente il mio parere personale]

E se la smettessimo di chiamarla “banale” influenza?

Lo scorso anno nell’ambito di un sondaggio d’opinione richiesto dal Direttorato Generale alla Salute della Commissione Europea, pubblicato nel rapporto Eurobarometer “Europeans’ attitudes towards vaccination”  è emerso come in Italia solo il 15% degli intervistati avesse ritenuto l’influenza come una malattia che ancora oggi provoca morti in Europa. Un dato completamente differente da quanto osservato in altre nazioni europee, in cui questa percentuale era molto più elevata.

E’ solo una banale influenza. Quante volte l’abbiamo sentito dire. Nonostante l’influenza così banale non sia. Le stime sul numero di morti in qualche modo attribuibili a questa malattia sono difficili. Alcuni ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità ipotizzano che a seconda della stagione siano tra 7.000 e 25.000 le persone decedute per complicanze dovute all’influenza o per il peggioramento dovuto al virus di problemi di salute già presenti. Il vaccino fornisce una copertura non ottimale, e sarebbe perciò necessario mettere in atto tutte le precauzioni possibili per tutelare le persone più fragili.

Eppure, questa falsa impressione dell’influenza come “banalità” ha avuto molto probabilmente un impatto negativo sul modo in cui l’emergenza COVID-19 è stata affrontata. Una persona con sintomi di influenza dovrebbe essere gestita in ambito sanitario (ambulatorio medico, Pronto Soccorso) considerando i possibili rischi per sé (operatore sanitario) e per gli altri pazienti. Se questa percezione di rischio non c’è, il virus può diffondersi. E ancora più facilmente può diffondersi un virus più pericoloso dell’influenza. Lo svilupparsi di un focolaio ospedaliero di COVID-19 era uno degli scenari peggiori che ci si potesse aspettare, considerando la numerosità dei contagi e le conseguenze per il personale sanitario e per le persone fragili. Molto difficile poter prevedere un’esposizione al nuovo coronavirus per il 38enne ricoverato all’ospedale di Codogno, ma se le procedure standard avessero previsto di prendere maggiormente sul serio una sospetta influenza (fosse anche solo influenza), la diffusione del virus avrebbe potuto, forse, essere minore.

Troppo spesso si intasano i Pronto Soccorso per problemi di salute non urgenti, che potrebbero essere gestiti dal medico curante, senza considerare i possibili rischi che corriamo in un ambiente affollato e con persone che potrebbero soffrire anche di malattie infettive. Inoltre, ricorrere al Pronto Soccorso per una “banale” sindrome influenzale, in assenza di sintomi importanti e senza prima aver consultato il proprio medico, potrebbe mettere a rischio la salute di persone già fragili perché affette da malattie croniche.

Quanti, nonostante i sintomi influenzali, non rinunciano ad avere una vita lavorativa e sociale, prendendo i mezzi di trasporto, frequentando luoghi pubblici? Anche in questo modo si contribuisce a far circolare il virus dell’influenza e gli altri che provocano infezioni respiratorie. Bisognerebbe vietare quelle pubblicità che sponsorizzano farmaci contro l’influenza: basta una pastiglia e puoi recarti al lavoro, uscire a cena, andare al cinema… Tanto, che sarà mai? E’ solo una “banale” influenza.

Difficile prevedere se imporre la quarantena a tutte le persone ritornate dalla Cina avrebbe potuto impedire l’emergere in questi giorni in Lombardia e in altre regioni del Nord Italia del focolaio di COVID-19. Forse sì, forse no (tra nazioni ed esperti di sanità pubblica ci sono pareri e approcci differenti). Ma credo che la discussione al riguardo sia poco utile.
La responsabilità è anche nostra, di istituzioni sanitarie, medici e operatori sanitari e cittadini nel nostro sottovalutare l’influenza in quanto “banale”.

Nel 2003 Ezeckiel Emanuel nell’articolo “The lessons of SARS”  citava tra le lezioni apprese nel corso dell’emergenza SARS l’importanza da parte delle istituzioni sanitarie di proteggere medici e infermieri. Non è che quanto insegnato dalla SARS sia stato dimenticato?

Le opinioni sopra riportate sono espresse a titolo strettamente personale.

In Italia solo la meningite “fa paura”?

Alcune settimane fa sono stati diffusi i risultati del rapporto speciale Eurobarometer numero 488 “Europeans’ attitudes towards vaccination”, un sondaggio di opinione richiesto dal Direttorato Generale alla Salute della Commissione Europea che ha coinvolto un campione di 27.524 cittadini delle 28 nazioni europee, intervistati tra il 15 e il 29 marzo 2019.
Scopo del sondaggio era valutare l’attitudine nei confronti delle vaccinazioni e molte delle notizie riprese dai mezzi di comunicazione si sono concentrate quasi esclusivamente sui dati riguardanti la percezione dell’efficacia dei vaccini, il timore degli effetti collaterali, le fonti di informazione consultate.

C’è, però, un dato raramente sottolineato nei resoconti giornalistici. Riguarda quanto emerge dalla prima domanda del sondaggio: “A suo parere quali delle seguenti malattie causa ancora morti oggigiorno in Europa?” Le possibili risposte erano rappresentate da un elenco di sei malattie prevenibili tramite vaccinazione (influenza, morbillo, poliomielite, epatite, meningite, tetano), tutte, con l’eccezione della poliomielite, ancora oggi causa di morte. Erano possibili risposte multiple ed erano previste anche le opzioni “tutte” e “nessuna di queste”.
La tabella sotto riportata, tratta dal rapporto, riporta le risposte a questa domanda.

Tratta da Special Eurobarometer 488 Report “Europeans’ attitudes towards vaccination

Complessivamente, aggregando i dati di tutti i cittadini europei che hanno risposto, influenza (56%) e meningite (53%) sono le malattie più frequentemente indicate come causa di morti. L’influenza è stata la prima per percentuale di risposte positive in 17 nazioni.
Guardando la tabella, si può osservare come l’Italia si discosti da tutte le altre nazioni per la scarsa percentuale di persone che hanno indicato l’influenza come causa di mortalità (15%). Una percentuale nettamente inferiore a quella degli altri paesi europei, ma paradossalmente anche più bassa di quella che ha (erroneamente) ritenuto che ci fossero ancora oggi in Europa morti dovuti alla polio (18%).
Solo per la meningite più della metà degli italiani ha riconosciuto il pericolo attuale. Per epatite, morbillo e tetano le percentuali sono al di sotto del 50%.

La paura nei confronti della meningite potrebbe essere dovuta all’enorme copertura mediatica di due anni fa.
L’influenza potrebbe, invece, scontare la difficoltà di stimare il numero di morti, in quanto la mortalità è dovuta quasi sempre a complicanze che si verificano in persone già fragili per età o malattie croniche.
Alcuni anni fa i ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità avevano stimato che il numero annuale di morti attribuibili all’influenza fosse di 8.000 persone. E’ possibile che oggi questa cifra sia inferiore, ma è indubbio che il numero di morti potenzialmente dovute alle complicanze dell’influenza sia maggiore rispetto a quello delle altre malattie elencate nel sondaggio.
Quindi, come leggere il divario tra l’Italia e le altre nazioni? Difficile saperlo, ma è un dato preoccupante (al di là dell’influenza) che dovrebbe far riflettere. A mio parere è un indicatore su come le conoscenze sulla salute siano inadeguate, e forse più in Italia che in altre nazioni. C’è bisogno di capire come fare per aumentare la consapevolezza e fornire ai cittadini gli strumenti per essere davvero “sovrani” (citando don Milani) nelle scelte riguardanti la salute.

Il governatore Fedriga e la varicella. Correlation is not causation (again).

Fedriga in ospedale con la varicella. Il governatore del Friuli era contro l’obbligo vaccinale così titolava il 15 marzo 2019 il Corriere della Sera.
L’articolo si apre così: “Si era schierato contro l’obbligo vaccinale, che aveva definito «un diktat» ma ora il governatore del Friuli Venezia Giulia, il leghista Massimiliano Fedriga è rimasto vittima di una sorta di pena del contrappasso: all’età di 38 ani ha contratto la varicella e ha dovuto essere ricoverato all’ospedale di Udine per qualche giorno.”
Il pezzo è stato ampiamente ripreso sui social tra lazzi, scherni e insulti. Ovviamente non poteva mancare chi ha etichettato il governatore del Friuli come no vax (del resto contrario all’obbligo=no vax è ormai per molti un assioma), nonostante stando alle sue affermazioni avrebbe vaccinato i figli (anche contro la varicella).
Certo, ci sarebbe da chiedersi come mai, a fronte di migliaia di persone che ogni anno in Italia contraggono il virus della varicella, se ad ammalarsi è il governatore del Friuli questa diventi una notizia solo perché contrario all’obbligatorietà vaccinale.

Se mai ce ne fosse bisogno, questo rappresenta l’ennesimo esempio di come molti di quelli che inneggiano alla Scienza ignorino cosa sia l’approccio scientifico. Quale correlazione c’è tra il fatto che Fedriga sia contro l’obbligo con l’aver contratto la varicella? Se fosse stato a favore non si sarebbe ammalato? Le persone critiche sull’obbligatorietà vaccinale hanno un maggior rischio di ammalarsi di varicella?

Condivido quasi nulla delle idee politiche di Fedriga (sulle quali si può discutere e dividersi), ma non posso fare a meno di notare come sia nato del 1980 e che dunque aveva 15 quando il vaccino antivaricella è stato introdotto negli Stati Uniti, era più che maggiorenne quando è stato introdotto in Sicilia, prima regione italiana ad averlo adottato (nel 2003) e più che trentenne quando è stato inserito nel calendario della regione Friuli.
Il vaccino contro la varicella è stato introdotto nel piano nazionale di prevenzione vaccinale nel 2017. Prima l’offerta variava nelle singole regioni italiane, con 11 che prevedevano la vaccinazione universale nel corso dell’infanzia.
E’ tra quelli obbligatori, ma non per tutti i bambini: solo nei nati a partire dal 2017.
In Europa è previsto nel calendario vaccinale in 14 nazioni, con
differenti raccomandazioni e strategie di offerta e soltanto in 2 (Italia e Lettonia) è obbligatorio.
In Francia, dove 11 vaccini sono obbligatori, l’anti-varicella non è tra quelli previsti per la vaccinazione universale.
Cosa dovremmo dedurne, quindi? La Francia è a favore o contro “la Scienza”?

Quello del vaccino anti-varicella è un buon esempio di come le prove scientifiche rappresentano solo un fattore (essenziale, ma non esclusivo) alla base delle strategie vaccinali, insieme a valutazioni di tipo economico, organizzativo, di impatto sul calendario vaccinale e sui servizi, di potenziale accettabilità del vaccino, e altro. Se fosse solo una questione di prove scientifiche, tutte le nazioni dovrebbero adottare lo stesso calendario vaccinale. Così non è.
Ancora più complessa è la valutazione riguardante l’obbligatorietà, per la quale mancano solide prove scientifiche a favore o contro questa strategia e per cui l’analisi sulle ricadute negative e sulla sostenibilità a lungo termine hanno un rilievo ancora maggiore.

Il caso Fedriga sottolinea quanto sia importante (anche) la vaccinazione degli adulti. Anzi, per la varicella è ancor più rilevante, considerando il maggior rischio di complicanze della malattia.
E’, però, necessario che il servizio sanitario garantisca informazione, offerta e facilità di accesso. Se per gli adulti (ancor più che per i bambini) diventa complicato prendere l’appuntamento per le vaccinazioni e poter accedere ai servizi in orari compatibili con la propria attività lavorativa, è piuttosto ambizioso pensare che elaborare raccomandazioni sia di per sé sufficiente perché questo si tramuti automaticamente in una maggiore adesione.

Le opinioni sopra riportate sono del tutto personali

E se la guerra tra bande intorno alla “Scienza” lasciasse soltanto macerie?

Da tempo mi sono ripromesso di fissare in un testo scritto alcune preoccupazioni che mi inquietano riguardo alle aspre diatribe nel nome e per conto della “Scienza” (riguardanti, in realtà, alcuni ambiti della medicina, quali la prevenzione vaccinale e le terapie più o meno “complementari/alternative”).
In parte le ho già esternate in precedenti post, in parte sono nuove.
Non ho intenzione di entrare nel merito della vexata quaestio dell’efficacia degli stili comunicativi, né di entrare nel merito di pregi e limiti del patto trasversale per la scienza. Altri si sono già espressi sul tema e mi limito a segnalare un paio di interessanti letture (Se davvero teniamo alla scienza della firma di Grillo non dovrebbe fregarcene niente di Antonio Scalari, Valigia Blu, 12 gennaio 2019 e La comunicazione della scienza non è un campo di battaglia. Roberta Villa su Wired, 15 gennaio 2019).
Quello che mi preme è di condividere alcuni personalissimi timori sui danni che questo clima di guerra può causare (e a mio modesto parere sta già causando).


Davvero tutto è permesso ai “buoni”?

La mia sarà pure un’opinione discutibile, ma non credo sia “edificante” vedere utilizzate da chi si professa alfiere della “Scienza” modalità di confronto stile “Rosica! Maalox!”, denigrando e mettendo alla berlina chi osa sollevare dubbi, perplessità o critiche senza entrare minimamente nel merito di quanto contestato.
Ho visto – ahimè con dispiacere – persone che stimo tollerare se non addirittura difendere uscite poco civili (per non dire decisamente offensive e pesanti) perché è in corso una guerra e bisogna usare comprensione nei confronti di chi combatte ogni giorno per difendere LaScienza. Le stesse persone invocano, correttamente, un confronto civile e rispettoso quando i temi, gli ambiti e gli interlocutori sono altri.
Le vittime delle ingiurie di cui sopra dovrebbero, dunque, “starci” e recitare in silenzio la loro parte di “danni collaterali” della battaglia contro i nemici della Scienza?
Forse le mie paure sono esagerate, ma mi chiedo, inoltre, se non si rischia di crescere una generazione di futuri medici e operatori sanitari convinti che la comunicazione vincente nel rapporto con i pazienti sia trattarli dall’alto in basso.


L’approccio “scientifico” è la prima vittima

In questo clima in cui si inneggia molto frequentemente “alla Scienza”, è l’approccio scientifico quello che rischia di farne le spese: si distorcono i dati per guadagnare il sostegno alle proprie tesi, si impiegano gli stessi “trucchi” spesso utilizzati da chi vuole screditare le vaccinazioni. Per esempio, si traggono conclusioni su associazioni di tipo causa-effetto sulla base di sole correlazioni temporali. Oppure si danno per vere affermazioni non sostenute da dati concreti.
L’ignoranza delle persone e la crescente ostilità nei confronti della scienza sono citati come dati di fatto, nonostante non ci siano prove del verificarsi di questo fenomeno. Spesso si cita a questo proposito come esempi la diminuzione delle coperture vaccinali o Stamina. Nel primo caso, però, indagini condotte a distanza di alcuni anni (per esempio lo studio condotto in Veneto nel periodo 2009-2011, e quello coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità nel 2016) hanno osservato una percentuale alquanto simile di genitori con esitazione vaccinale e/o fortemente contrari alle vaccinazioni. Riguardo a Stamina, ci si dimentica che il metodo Di Bella risale a 20 anni fa.
Ci si batte in nome della “Scienza”, ma senza farsi sfiorare dal dubbio che quello che l’esperto di turno afferma sia supportato da prove scientifiche. Proprio su questo blog avevo riportato l’esempio, realmente accaduto, di un nutrito gruppo di giovani ricercatori che durante una presentazione di uno studio sul parto a domicilio si era schierato dalla parte di un neonatologo aspramente critico verso questa opzione, nonostante questi avesse selezionato solo i dati derivanti dagli studi favorevoli alla sua posizione, tralasciando di rivelare che il complesso delle prove ottenute dagli studi disponibili sostenevano che nelle donne pluripare a basso rischio ostetrico i rischi del parto in casa e in ospedale non fossero differenti.
… Forse sta avvenendo la stessa cosa in questi giorni nel dibattito sulla comunicazione scientifica.


Gli spazi di discussione e confronto si sono ristretti

Il clima di questi tempi ha chiuso gli spazi di confronto e di discussione.
Confrontarsi su quali sono le strategie migliori per aumentare l’adesione alle campagne vaccinali non significa mettere in discussione l’efficacia o la sicurezza dei vaccini. Eppure l’opinione di una parte, forse maggioritaria, di esperti e operatori è diventata Dogma (termine che a ben vedere dovrebbe avere più a che fare con la religione che non con la scienza). Non si tratta di decidere per alzata di mano il risultato di due più due, ma di una valutazione multidisciplinare i cui criteri non si limitano alle prove scientifiche su efficacia e sicurezza, e in cui l’apporto di esperti esterni all’ambito prettamente biomedico è indispensabile.

Uno dei rischi dell’attuale dibattito è di aver iper-semplificato la complessità. La diminuzione delle coperture vaccinali è stata imputata all’aumento della contrarietà (e dell’ignoranza) dei genitori.
E’ una risposta consolatoria, perché evita di dover affrontare anche altri aspetti problematici: per esempio, l’organizzazione dei servizi (personale, spazi, accessibilità/fruibilità… ); il carico per i genitori (in termini anche e non solo di tempo e di ore di permessi lavorativi) per ottemperare agli appuntamenti o per chiederne di nuovi; la difficoltà per gli adulti nel riuscire a prenotare per sé stessi una vaccinazione (o almeno questa è la mia esperienza personale e di alcuni amici e conoscenti) e nel ricevere informazioni attendibili; la necessità di riconquistare autorevolezza da parte di istituzioni sanitarie e medici.


La tutela della salute della comunità necessita anche di altre attenzioni

La prevenzione vaccinale, pur nella sua rilevanza, costituisce solo una parte degli interventi per tutelare la salute dei singoli e della comunità e non è sufficiente essere a favore dei vaccini per essere dalla parte di chi la promuove.
E’ necessario allargare il proprio sguardo e occuparsi anche di altro.
L’Italia non è nell’occhio del ciclone soltanto per le coperture vaccinali o i casi di morbillo: è, infatti, tra le nazioni in Europa con il maggior consumo di antibiotici e con la stima più elevata di numero di morti per infezioni resistenti a questi farmaci, con il maggior numero (in termini assoluti) di morti premature a causa dell’inquinamento ambientale, ed è tra i paesi con il tasso più elevato di parti cesarei, con differenze enormi tra le singole regioni italiane. Solo per citare alcuni possibili esempi.
Come fare fronte al rischio associato alla resistenza agli antibiotici? Come affrontare il problema dell’inquinamento ambientale? Come promuovere lo sviluppo e la crescita dei bambini? Come ridurre le disuguaglianze economiche, sociali, culturali che pure hanno una ricaduta sulla salute? Come diminuire lo spreco di risorse dovuto a interventi terapeutici e diagnostici inappropriati o inutili?
Sono tante le sfide che richiedono un comune impegno e una mobilitazione collettiva, al di là dei “gentlemen agreement“.
Mi si permetta una piccola chiusa leggermente polemica: non so quanti tra i colleghi maggiormente infervorati nella battaglia a favore dell’obbligo vaccinale – perché lo dice LaScienza – condividono lo stesso sacro fuoco quando si tratta di prescrivere in modo maggiormente razionale i farmaci, in particolare gli antibiotici.

Immagine iniziale: Death Valley, Desert, incoming near Shoshones from Wikimedia Commons

Le opinioni sopra espresse sono
(come per tutti i post) del tutto personali

I furbetti dell'(auto)certificatino? (Ma che, davero?)

Mi permetto (su sollecitazione di Roberta Villa via Twitter) qualche considerazione personale “sparsa” sul rapporto prodotto dai NAS sul monitoraggio della veridicità delle (auto)certificazioni dello stato vaccinale effettuato in 1.493 istituti italiani.

Non entro nelle questioni legali (validità o meno delle autocertificazioni in ambito sanitario).
Ero (e sono tutt’ora) un po’ perplesso sulla proroga delle autocertificazioni per documentare lo stato vaccinale, non perché le percepisca come un rischio per la salute pubblica, quanto per la confusione e il disorientamento che può creare per i genitori e gli operatori scolastici, e per il rischio di fornire un messaggio “distorto” (i più furbi vengono premiati) ai cittadini.

Detto ciò, penso che le autocertificazioni rappresentino, per certi aspetti, un “falso problema” (o meglio, possono rappresentare un problema concreto e reale per il personale scolastico, che ancora una volta si trova a doversi occupare di questioni che spetterebbero ad altri), il problema rilevante è che ancora oggi a livello nazionale (e talvolta locale) non è possibile avere informazioni certe e aggiornate sullo stato vaccinale dei singoli bambini. Questo è poco comprensibile e accettabile.

Pochi giorni fa un’amica (trasferitasi in Lombardia per lavoro), mi raccontava inviperita la sua odissea a causa di un errore dell’ATS, con ore di lavoro perse per riuscire a convincere ATS e scuola che il figlio era regolarmente vaccinato (con tutte le vaccinazioni obbligatorie e raccomandate, documentate da libretto). E pare che il suo non sia un caso isolato.

Pur trattandosi di un campione, da prendere con le dovute cautele, le mie riflessioni sui dati forniti dai NAS, sono queste:

  • Il 29,9% dei genitori ha fatto ricorso all’autocertificazione (per comodità, necessità, furbizia?…)
  • Nel 99,7% (16.639/16.694) dei casi esaminati l’autocertificazione era coerente con quanto documentato dalle ASL
  • Quindi, il 29,8% del totale dei genitori ha presentato un’autocertificazione veritiera.
  • In 4 regioni, nel campione monitorato le autocertificazioni erano numericamente simili (Lazio, Abruzzo) o maggiori (Piemonte, Marche) rispetto ai certificati, senza che fosse riscontrata alcuna irregolarità. Nel caso di Lazio e Marche si tratta di più di 2.000 autocertificazioni per ciascuna regione.
  • Di contro, le irregolarità si sono concentrate in alcuni contesti territoriali. In due casi, in particolare (Campania, Basilicata), la frequenza appare significativamente più elevata rispetto all’atteso sulla base del dato nazionale. Questo dato andrebbe approfondito.

Ci sono informazioni non disponibili nel report dei NAS (p.es. quanti erano i bambini in regola con le vaccinazioni e quanti quelli in attesa, con prenotazione presso il servizio vaccinazioni; la distribuzione dei dati per tipo di scuola: nido, infanzia, primaria), né è possibile al momento sapere se le irregolarità riscontrate siano effettivamente tali (non possiamo escludere che in qualche caso l’incongruenza possa essere dovuta a un mancato aggiornamento dell’anagrafe vaccinale). Per quanto riguarda le prenotazioni, occorre, però, considerare che questo prescinde dall’autocertificazione: chi utilizza strumentalmente le prenotazioni come escamotage per rinviare “sine die” la vaccinazione potrebbe anche aver presentato, comunque, il certificato dell’ASL.

La quota di irregolarità sul totale delle autocertificazioni è del 3,3 per mille, con un intervallo di confidenza al 95% stimabile tra il 2,5 e il 4,3 per mille.
Il campione selezionato potrebbe non essere rappresentativo e la situazione in alcune regioni necessita di essere maggiormente approfondita, ma i dati prodotti dai NAS sembrano indicare che i furbetti che hanno approfittato dell’autocertificazione rappresentano un’esigua minoranza.
Chissà, forse è giunto il momento di abbandonare la falsa credenza che gli italiani non vogliono vaccinare i loro figli o che molti italiani, se potessero, farebbero “i furbi”.
Ma si sa che ci sono dei pregiudizi che sono duri a morire.

P. S. Aggiungo una riflessione tardiva… Non è possibile sapere quanti, nel campione sottoposto a ispezione, dei 16.639 genitori che hanno presentato un’autocertificazione veritiera lo hanno fatto per comodità e quanti avrebbero, invece, avuto difficoltà nel recuperare il certificato dell’ASL. Ipotizzando, in via del tutto teorica, che anche questi ultimi siano una minoranza esigua, per esempio l’1%, significherebbe che, nel campione esaminato dai NAS, senza autocertificazione 160 bambini regolarmente vaccinati avrebbero forse rischiato l’esclusione dal nido o dalla scuola per l’infanzia, a fronte di 55 potenziali “furbetti” correttamente (stando alla legge Lorenzin) non ammessi.

Le opinioni qui sopra espresse sono del tutto personali