Morbillo: una diversa narrazione è possibile?

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Il Cantastorie (di Carlo Martorana) via Wikimedia Commons

“Non si era mai verificato in Italia un numero così alto di casi di morbillo in così poco tempo” così una giornalista ha commentato il 29 marzo, durante l’edizione delle 20 del TG1, l’aggiornamento dei casi di morbillo appena pubblicato dall’Istituto Superiore di Sanità.

Come già discusso in precedenza su questo blog, la narrazione dominante dell’epidemia “mai vista prima” è una lettura dei dati che non corrisponde alla realtà. Sarebbe bastato guardare con maggiore attenzione il grafico con l’andamento temporale del numero di casi segnalati per osservare che giusto 3-4 anni prima era stata riportata una situazione simile a quella attuale.

Non è l’unica narrazione superficiale dell’epidemia di morbillo. In molti hanno messo l’accento sul dato che dei 1010 casi il 90% non era vaccinato (… la responsabilità è dunque dei genitori che non vaccinano). Questo ha indotto in errore anche Enrico Mentana che su Facebook ha parlato di “900 bambini non vaccinati” (su mille ammalati).
Ma più del 70% dei casi di morbillo segnalati dall’inizio del 2017 aveva un’età maggiore di 14 anni, e più della metà era nata quando la vaccinazione non era ancora un intervento consolidato e raccomandato.

C’è poi, di contro, la narrazione che nega la pericolosità del morbillo, che mette in dubbio la sicurezza del vaccino, nonostante le prove scientifiche documentino il contrario, che grida al complotto. Duole dirlo, ma le forzature, anche da parte di alcune istituzioni, nella presentazione dei dati non aiutano e al contrario rischiano di alimentare questo tipo di atteggiamento.

Ma ci sono altri, possibili, modi di osservare e di narrare questa epidemia di cui tanto si parla.

Uno l’ha proposto il professor Pier Luigi Lopalco, parlando di un “fenomeno normale in un paese anormale”. Purtroppo, il fatto di non essere riusciti a raggiungere e mantenere nel tempo una percentuale di bambini vaccinati superiore al 95% ci espone a cicliche epidemie di morbillo. L’altra prospettiva differente di raccontare la documenta Roberta Villa in un articolo su Strade, in cui affronta in maniera puntuale la complessità del tema “morbillo e vaccini”, sottolineando la necessità del rigore e della trasparenza nel presentare le informazioni, e la difficoltà di non farsi annebbiare dai propri pregiudizi.

Un dato poco sottolineato nella narrazione cosiddetta “mainstream” è che anche gli adulti si ammalano di morbillo. Anzi, sono soprattutto gli adulti a essersi ammalati in questi ultimi mesi. E pure gli adulti vanno incontro alle complicanze della malattia (talvolta gravi), che possono richiedere il ricovero in ospedale. La vaccinazione è utile non solo per i bambini, ma anche per chi ha oltrepassato la maggiore età. Se davvero si ritiene che la situazione attuale sia allarmante e si vuole eliminare quanto prima il morbillo, c’è bisogno di proporre il vaccino anche a chi bambino non lo è più da tempo, che non si è ammalato e non è già stato vaccinato in passato. Possibili strategie e interventi per recuperare gli adulti alla vaccinazione erano già indicati nei diversi “Piani di Eliminazione del Morbillo e della Rosolia” del Ministero della Salute (l’ultimo, 2010-2015 è consultabile qui), temo, però, che molti siano rimasti solo sulla carta. Se così fosse, se cioè non sono state attuate strategie per informare, educare, convincere gli adulti non immuni al morbillo a vaccinarsi, il dato del “90% di casi non vaccinati” non è da imputare solamente alla responsabilità personale e/o dei genitori, ma è segno anche di una scarsa attenzione da parte del servizio sanitario.

Infine, c’è un dato che non può essere omesso. Dei 1010 casi finora segnalati, 113 sono operatori sanitari. Spesso si punta l’indice verso i genitori contrari o restii alla vaccinazione, ma è ancor meno accettabile e comprensibile che le resistenze giungano da chi dovrebbe avere gli strumenti per valutare sulla base della “scienza” la sicurezza e l’efficacia dei vaccini e la coscienza di proteggere i pazienti, soprattutto quelli più fragili.

Un’altra narrazione della “emergenza morbillo” non solo è possibile, ma è necessaria, e non può esimersi dall’affrontare la complessità. Rincorrere il sensazionalismo e l’allarme non è di aiuto nell’accrescere la consapevolezza dell’importanza delle vaccinazioni.

Le opinioni qui riportate sono del tutto personali (come sempre)

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Vaccini, morbillo (e non solo): servono interventi strutturali

Una piccola postilla al post sull’emergenza morbillo in Italia.
Parto da un caso raccolto in questi giorni: mamma, collega, con figlia di 5 anni e mezzo, preoccupata perché non ha ricevuto la lettera dell’ATS (ex ASL) per i richiami dei vaccini morbillo-parotite-rosolia e difterite-tetano-pertosse-polio. Dal momento che ha effettuato da pochi mesi un trasloco teme che la lettera possa essere andata persa e tenta di contattare ripetutamente il servizio vaccinale, senza riuscire a prendere la linea perché i centralini sono intasati a causa della psicosi meningite e della caccia al vaccino (ricorda qualcosa?).
Fortunatamente è riuscita ad avere una prenotazione tramite un amico che aveva portato la figlia a effettuare i vaccini (e grazie alla cortesia dell’operatrice presente). Non proprio il percorso “corretto”.

Si tratta di un caso particolare: una mamma medico che conosce l’importanza delle vaccinazioni. Cosa sarebbe successo con un genitore non così attento e motivato (e con un operatore non altrettanto di buon senso)? Probabilmente non avrebbe effettuato il richiamo. E in tal caso, chi sarebbe da biasimare? I genitori? I servizi che stanno lavorando sotto pressione?
Si può discutere a lungo se qualche forma di obbligo possa o non possa essere utile, ma a monte occorre elaborare programmi, strategie, interventi e mettere gli operatori in condizioni di lavorare in maniera adeguata.
Non sono gli interventi spot, occasionali, che possono produrre effetti, ma quelli sistematici e strutturali.

Purtroppo, nelle ultime settimane sono molte le testimonianze dirette della situazione di criticità in cui si trovano a operare i servizi vaccinali, in parte come conseguenza dell’epidemia mediatica di meningite e in parte, forse, per limiti presenti da tempo. Una situazione di affollamento non è sicuramente il contesto ideale per poter fornire ascolto, per chiarire dubbi e interrogativi, per poter rassicurare.
Ampliare l’offerta del numero di vaccinazioni può andare incontro a un’esigenza di equità di accesso su tutto il territorio nazionale, ma se si risolve soltanto in un maggior carico di lavoro per gli operatori dei servizi difficilmente potrà produrre un aumento del numero di bambini vaccinati.

E’ emergenza morbillo in Italia?

Dopo l’emergenza meningite è ora il turno del morbillo. Quotidiani e telegiornali hanno, infatti, dato ampio risalto a un comunicato del Ministero della Salute sull’aumento dei casi di morbillo nei primi due mesi del 2017 rispetto all’anno precedente:

A fronte degli 844 casi di morbillo segnalati nel 2016, dall’inizio dell’anno sono già stati registrati più di 700 casi, con un incremento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, in cui si erano verificati 220 casi, di oltre il 230%.

Confrontare i dati dei primi due mesi del 2017 con lo stesso periodo dell’anno precedente potrebbe, però, portare a conclusioni distorte.
Come afferma Cristina Da Rold in un articolo su oggiscienza.it il dato va contestualizzato considerando l’andamento temporale dei casi di morbillo. Analizzando le segnalazioni dell’ultimo rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità si osserva che i casi di gennaio 2017 sono superiori a quelli dello stesso mese del 2016 e 2015, ma in linea con quelli del 2014 e del 2013.

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Casi di morbillo segnalati in Italia, 2013-2017. Fonte: Istituto Superiore di Sanità

Non ci troviamo di fronte, perciò, a un evento nuovo e inaspettato.
Il morbillo ha un andamento ciclico, che produce dei picchi nell’incidenza ogni 3-5 anni.
E’ troppo presto, quindi, per poter affermare che stiamo affrontando un aumento drammatico del morbillo dovuto alla riduzione delle coperture vaccinali.
L’emergenza morbillo in Italia, se proprio di emergenza si vuole parlare, è cronica e nota da tempo. Nonostante l’oscillazione nel tempo dei casi segnalati, da anni l’Italia è tra le nazioni europee con la maggiore incidenza di morbillo, a causa di coperture non ottimali.

Coperture non ottimali che si sono ulteriormente ridotte negli ultimi anni. Di fronte al presunto drammatico aumento dei casi, c’è chi propone di inserire anche la vaccinazione morbillo-parotite-rosolia tra quelle obbligatorie, così da superare le resistenze dei genitori nei confronti del vaccino. Può essere una soluzione efficace? Difficile da documentare. Stando ai dati europei del progetto ASSET non sembra esserci una correlazione tra obbligatorietà del vaccino e percentuale di bambini immunizzati. La Romania sta recentemente affrontando un’epidemia di morbillo, nonostante sia tra le nazioni in cui il vaccino MPR è obbligatorio. L’obbligo potrebbe dunque non rivelarsi una strategia efficace.
Al contrario, ci si potrebbe chiedere in che modo sia stato possibile ottenere , tra il 2007 e il 2012, nonostante la mancanza di obbligo, una copertura contro il morbillo del 90% in Italia, con regioni superiori o vicine alla soglia del 95%, desiderabile per l’eliminazione della malattia. Nel 1996 il tasso di vaccinati era del 56% e nel 2001 del 76%; se in pochi anni è stato possibile convincere molti genitori a vaccinare i propri figli è perché sono state messe in atto campagne informative e di offerta attiva efficaci. E forse parte dell’errore può essere stato pensare che fosse sufficiente una campagna di durata limitata e non sostenuta nel tempo. L’inserimento di nuovi vaccini nel calendario non ha tenuto sufficientemente conto, a mio parere, della necessità di continuare a sostenere le vaccinazioni già adottate in precedenza. E quale impatto avrà il  piano 2017-2019, che nei primi 15 mesi di vita prevede la vaccinazione contro 14 malattie, da effettuarsi in 8 sedute (alcune a distanza di 15 giorni una dall’altra)? Il carico per genitori e operatori sanitari non è di poco conto, con il rischio che si riduca la possibilità di dedicare tempo per ascoltare e chiarire dubbi e timori.

Ha scritto Salvo Fedele in un post riguardo al modo in cui il (presunto) allarme morbillo è stato presentato:

Il compito della comunità scientifica non è quello di piegare i fatti di cronaca o una frettolosa lettura dei dati alle proprie tesi, ma di contribuire a spiegare la realtà senza forzature (al meglio delle proprie capacità e in base a interpretazioni che poggiano su solide base scientifiche).

Sono parole che condivido pienamente. Per quanto sia nobile lo scopo di tutelare la salute dei bambini, ritengo sbagliato enfatizzare eccessivamente i casi di morbillo per aumentare la consapevolezza nella popolazione o per giustificare un’eventuale decisione di estendere l’obbligo vaccinale. E’ una distorsione dei dati che, generalmente e giustamente, imputiamo alla propaganda anti-vaccini. Utilizzare gli stessi mezzi sarebbe un errore, qualunque sia il fine.
Del resto, sarò eccessivamente ottimista, ma credo che si possa fare informazione e convincere i genitori del’importanza di vaccinare contro il morbillo (la parotite e la rosolia) anche senza calcare la mano su scenari apocalittici prossimi venturi.

P.S.: ho successivamente scritto una postilla sulla necessità di interventi strutturali per aumentare la percentuale di vaccinati

Le opinioni qui espresse sono del tutto personali

Penalties for vaccine rejection require strong scrutiny

Human factors

Governments in Australia, the US and Italy have recently introduced or modified policies that penalise parents who don’t vaccinate. Penalties might seem like appealing solutions to the problem of vaccine rejection but they come with unintended consequences, of which I have written about in previous blogs here and here. Having vaccination rules with

bandra-worli-sea-link-suspension-bridge-in-mumbai-india.jpg Like the suspension bridge, policies to increase vaccination rates work best if they are strong yet slightly flexible. Photo: http://www.goodfreephotos.com

hard-to-reach exemptions strikes a balance between policy fairness and effectiveness. Earlier this month, Dr Margie Danchin and I published a Viewpoint article commissioned by the Journal of Paediatrics and Child Health, the official journal of the Royal Australasian College of Physicians’ Paediatrics and Child Health Division.

The viewpoint format doesn’t offer an abstract, so here is a summary of our paper which is available here. We are grateful to Wiley publishers for making it open access.

Summary of the full article

Vaccine rejection presents…

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Meningite: più vaccini per tutti è la strategia da perseguire?

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Dopo qualche settimana in cui era sparita dalle prime pagine, la meningite torna a creare allarme sui mezzi di informazione (aridaje!). È successo nei giorni scorsi in Lombardia, in seguito alla comparsa di 5 casi di malattia nell’arco di una decina di giorni.
Ancora una volta, però, l’allarme mediatico non trova supporto nei dati epidemiologici. L’incidenza di meningite ha un andamento stagionale, con un picco nel periodo invernale-inizio della primavera e il numero di casi osservato in Lombardia dall’inizio del 2017 è simile a quanto osservato negli anni precedenti; al momento il numero di persone affette da questa malattia non appare quindi anomalo.

Nel frattempo la Lombardia, come le altre regioni italiane, sta ancora scontando la psicosi di inizio anno. Stando ai dati pubblicati dal Corriere della Sera, 69 mila persone si sono già prenotate presso i servizi vaccinali per essere vaccinate contro il meningococco, con liste di attesa molto lunghe (anche di un anno). Si stima, però, che almeno un terzo delle persone prenotate non effettuano poi la vaccinazione (o quantomeno non la effettuano presso il servizio dell’Agenzia per la Tutela della Salute), impedendo l’accesso ad altri.
Per venire incontro alle richieste della popolazione, gli amministratori della regione Lombardia a gennaio hanno scelto di offrire a tutti i residenti la possibilità di vaccinarsi contro il meningococco presso i servizi vaccinali delle ATS con un costo pari a quello normalmente pagato dalle strutture del Servizio Sanitario Nazionale e quindi inferiore (di almeno il 30%) rispetto all’acquisto del vaccino in farmacia. Una scelta che offre a tutta la popolazione, anche alle fasce non coperte dal piano nazionale di prevenzione vaccinale, un accesso ai vaccini a prezzi (relativamente) contenuti.
Come commentavo in un post precedente, aumentare il numero di vaccinati non necessariamente è, però, in grado di tradursi in benefici per tutta la comunità. Se non c’è una strategia, se la richiesta non viene “governata”, se non viene fornita un’adeguata informazione, se non si identificano le priorità, potrebbe avvenire il contrario: che le fasce di popolazione che maggiormente potrebbero trarre beneficio dalla vaccinazione restano escluse. Sembra comunque che, per quanto riguarda il contesto lombardo, siano state ora identificate delle strategie che dovrebbero auspicabilmente garantire una priorità di accesso ad adolescenti e bambini piccoli.
Nel frattempo, il 18 febbraio  è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Piano Nazionale della Prevenzione Vaccinale 2017-2019 che diventa quindi operativo. Tra le novità che propone, c’è l’inserimento del vaccino antimeningococco B, che sarà offerto gratuitamente a partire dai nati nel 2017 (in alcune regioni è verosimile che l’offerta sarà ampliata ad altre fasce di età).
L’Italia è tra le poche nazioni fino a ora ad avere scelto di inserire questo vaccino nel calendario vaccinale, nonostante gli studi disponibili non consentano una valutazione adeguata dell’efficacia sul campo, della durata della protezione e dell’impatto sui portatori sani del batterio. Molte nazioni europee hanno, invece, ritenuto che allo stato attuale delle conoscenze i costi appaiono maggiori rispetto ai benefici.
Ma l’incertezza maggiore riguarda il possibile impatto di questa vaccinazione, che prevede la somministrazione di 3 dosi tra il terzo e il sesto mese di vita del bambino più una quarta dopo il compimento dell’anno, sugli altri vaccini dell’infanzia. L’adesione a quanto previsto dal nuovo calendario richiede 5 sedute di vaccinazione nell’arco di 3 mesi: un impegno non da poco per i genitori e per gli operatori dei servizi.
Considerando il calo delle coperture vaccinali e i dubbi e timori dei genitori nei confronti dei vaccini e della loro numerosità, non è possibile escludere il rischio che questa decisione possa avere una ricaduta negativa sull’adesione alle vaccinazioni. E il fatto che dal piano vaccini non emergano chiaramente quali siano le priorità per il servizio sanitario e quali le strategie per implementare le vaccinazioni non è tranquillizzante.
La filosofia alla base del nuovo piano sembra essere quella di garantire l’equità di accesso in tutte le regioni italiane a tutti i vaccini. Non è detto, però, che più vaccini per tutti si concretizzi in un maggior numero di persone vaccinate.

Obbligo per i #vaccini: non è il caso di stappare lo spumante.

“Obbligo” (della vaccinazione per l’accesso al nido) è ormai diventato un termine di moda. Racconta di una scelta accolta trionfalisticamente da molti, ritenuta una sorta di panacea di tutti i mali e una giusta rivincita nei confronti di chi si oppone alle vaccinazioni, in un dibattito che esclude le riflessioni critiche etichettandole come “anti-vaccini”.

Eppure, in ogni caso, anche se questa strategia si rivelasse efficace, non ci sarebbe molto da festeggiare, perché è l’indice di un fallimento (come commentavo in un precedente post): significa che come comunità scientifica, medica e civile non siamo stati in grado di coltivare una consapevolezza diffusa sul valore e l’importanza delle vaccinazioni, e quindi utilizziamo strategie per obbligare a farle. Inoltre, l’approccio impositivo è espressione di una medicina che esclude il paziente, invece di coinvolgerlo.

Non ci sono prove scientifiche solide per poter affermare che impedire l’accesso al nido ai non vaccinati sia un provvedimento efficace nel migliorare l’adesione da parte dei genitori, ma i sostenitori di questo intervento hanno un atteggiamento quasi fideistico, con una sicurezza “a priori” che la coercizione riuscirà ad aumentare le coperture vaccinali.

Personalmente non ho questa sicurezza, anzi mi sembra che le aree di incertezza siano molte e che sia difficile poter valutare rischi e benefici. Altri hanno documentato e discusso in maniera approfondita le criticità dell’introduzione dell’obbligo (al termine di questo post pubblico il link ad alcuni di questi contributi); mi permetto di aggiungere solo alcune riflessioni.

La salute della comunità può richiedere in alcuni casi che si sacrifichino i diritti individuali. L’obbligo della vaccinazione per l’iscrizione al nido è particolarmente delicato, non solo perché la limitazione delle libertà personali pone sempre problemi di ordine etico, ma ancora di più perché l’applicazione ricade sul bambino incolpevole. I bambini che subiscono la non vaccinazione (e quindi l’esposizione a potenziali rischi per la salute) per decisione non loro ma dei genitori, finiscono per essere anche esclusi dalla possibilità di frequentare il nido (e in Toscana potrebbero esserlo anche dalla scuola materna). Come si suol dire, cornuti e mazziati.

Vista la delicatezza del provvedimento, dovrebbe trattarsi di un’extrema ratio da applicarsi solo in presenza di un pericolo concreto e imminente, quando le altre misure hanno fallito.
Possiamo affermare che è stato fatto il possibile a sostegno delle vaccinazioni e che il pericolo è concreto e imminente, tanto imminente da rendere necessario un intervento immediato? Le coperture vaccinali si stanno riducendo e non sono ottimali, specie per il vaccino morbillo-parotite-rosolia. Ma per le vaccinazioni ritenute obbligatorie dalla legge italiana, le coperture attuali non sembrano così basse da poter ipotizzare nel breve termine un pericolo rilevante per la salute collettiva (e per almeno una di queste vaccinazioni la protezione è esclusivamente individuale). Forse c’è ragionevolmente del tempo per elaborare altre strategie prima di intervenire con la mancata iscrizione al nido.

Nelle indagini campionarie la percentuale di genitori che si oppongono in modo convinto e deciso alle vaccinazioni risulta estremamente bassa. Molti più genitori non hanno invece una resistenza pregiudiziale, ma hanno dubbi, timori, incertezze. Difficile convincere i primi alla vaccinazione, e probabilmente nemmeno l’obbligo riuscirà a mutare le loro convinzioni (tra le altre cose, forse la mancata iscrizione al nido dei figli potrebbe avere uno scarso impatto su questa popolazione), mentre i genitori con dubbi sono interlocutori con cui è possibile e necessario dialogare e che chiedono di essere ascoltati.
Purtroppo il dibattito sui vaccini si sta svolgendo da mesi in un clima da stadio e con posizioni polarizzate. I dubbi, sia dei genitori sia dei ricercatori e operatori sanitari (sulle strategie da intraprendere) non trovano spazio.
L’obbligo difficilmente aumenterà la consapevolezza dei genitori e la loro fiducia negli operatori sanitari e nelle istituzioni e questo potrebbe avere ricadute a lungo termine sulle scelte riguardanti la salute propria e dei figli.

La scelta degli interventi può prescindere dall’analisi del contesto locale? L’introduzione dell’obbligo dei vaccini sembra essere indipendente dalla valutazione delle coperture. Le regioni che si sono attivate o che si stanno attivando per introdurre questa misura non sono tra quelle in Italia con le coperture più basse e quindi con un maggior rischio di malattia. In Emilia il problema è semmai limitato ad alcune aree geografiche.
È opportuno allora affidarsi a provvedimenti in qualche modo coercitivi in contesti in cui l’adesione alle politiche vaccinali è buona, con un possibile aumento delle tensioni e scontento dei genitori che avrebbero comunque accettato di vaccinare i propri figli?

L’approccio oggi in vigore in Emilia Romagna esclude dalla possibilità di iscriversi al nido i bambini non vaccinati contro difterite, tetano, poliomielite, epatite B (le cosiddette “obbligatorie”). Non sono incluse (anche perché è poco verosimile che al momento possano esserlo) le vaccinazioni “raccomandate” tra cui quelle contro pertosse, emofilo, morbillo-parotite-rosolia. L’obbligo potrebbe avere un effetto boomerang: indurre genitori che avrebbero vaccinato il bambino/la bambina contro il morbillo a non farlo perché irritati dall’imposizione subita, oppure aumentare la quota di chi chiede di vaccinare solo con i quattro vaccini “obbligatori” invece che con l’esavalente.

La Toscana sembra avviarsi verso un approccio più ampio: impedire l’accesso al nido e alla scuola materna a chi non ha effettuato tutti i vaccini previsti dal calendario nazionale (e non solo gli “obbligatori”). Resta da capire se dal punto di vista normativo questo è percorribile. E in caso di una direttiva nazionale a quale modello si farà riferimento? Emilia o Toscana?

Il nuovo piano vaccini prevede nel primo anno di vita 6 sedute per la somministrazione di 9 differenti vaccini. La sua applicazione sarà piuttosto complessa e faticosa sia per le famiglie che per i servizi vaccinali.
Qualche perplessità da parte dei genitori può essere comprensibile, come l’eventuale richiesta di posticipare la somministrazione di alcuni vaccini. Sarebbe un atteggiamento assolutamente e sempre da censurare?
Un fenomeno da approfondire, e per il quale scarseggiano dati pubblici, è il ritardo nella vaccinazione, che è differente dal rifiuto. I dati delle coperture del Ministero potrebbero non considerare i genitori che scelgono di posticipare la somministrazione dei vaccini o che cambiano opinione dopo un iniziale rifiuto, sottostimando la quota di bambini vaccinati. L’approccio impositivo non rischia di spingere verso il rifiuto chi avrebbe vaccinato, magari pur senza aderire completamente nei tempi e nei modi (vaccini) al calendario?

Come dicevo inizialmente, non ho certezze. Credo, però, come altri illustri “dissidenti, che l’obbligo di vaccinazione per l’iscrizione al nido sia un passo indietro e che rappresenti una risposta semplicistica a un problema complesso.
Mi piacerebbe che le voci “non allineate” trovassero cittadinanza nella discussione sul tema obbligo, affinché pro e contro fossero valutati in maniera approfondita.

Le opinioni qui espresse sono del tutto personali

Per approfondimenti

“Obbligo vaccinale al nido: una soluzione troppo semplice a un problema complesso” Roberta Villa, Scienza in Rete

Vaccini obbligatori: un discutibile ritorno al passato. Roberta Villa, Scienza in Rete

Vaccini, serve una nuova comunicazione. Luca De Fiore, Maurizio Bonati, Sole 24 Ore Sanità

I nemici dei vaccini: la fretta e molta coda. Luca De Fiore, dottprof.com

I vaccini obbligatori: cosa ha detto il sindaco Nogarin e il dibattito necessario Antonio Scalari, valigiablu

La confusione nel dibattito sulle vaccinazioni. Una nuova obbligatorietà o una nuova politica? Luca Benci, Quotidiano Sanità

L’epidemia mediatica… che si ripropone

“Meningite: l’epidemia è solo mediatica” è il titolo scelto dai ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità nel commentare il battage dedicato dai mezzi di informazione alla meningite.
Cambia il tema, ma l’epidemia mediatica è qualcosa che si ripropone, come succede con certi piatti poco digeribili.
Nonostante numerosi episodi avvenuti in passato, anche recente (p.es. pandemia H1N1, vaccinazione anti-influenzale, stamina, ebola),  l’approccio dei mezzi di informazione ai temi della salute continua a essere improntato al sensazionalismo e alla ricerca dello scoop. I mass media (quelli tradizionali più dei “social”) hanno non poca responsabilità nell’aver creato la psicosi meningite, dando ampia risonanza per giorni all’emergere di nuovi casi. Poco importa poi aver dato voce al parere degli esperti, quando le persone si erano ormai fatte persuase dell’esistenza di un pericolo, proprio per il grado di esposizione mediatica.

Scrive il sempre lucido Luca Sofri nel suo post “La pre-verità“:

Due anni fa i media tradizionali italiani furono protagonisti di uno dei casi meno trascurabili e perdonabili – di solito, a sottolineare le falsità dei racconti giornalistici si è accusati di pignoleria superflua – di diffusione di notizie infondate: quello in cui agli italiani fu raccontato che a vaccinarsi contro l’influenza si poteva morire, e tanti non si vaccinarono. A dimostrazione del fatto che non è cambiato nulla, in questi giorni sta succedendo di nuovo, in forma speculare. Dopo aver prodotto titoli sull’allarme meningite, la paura meningite, eccetera, incentivati sempre dai criteri terroristici su cui si basa gran parte della produzione di titoli – ma anche di articoli -, negli ultimi giorni quotidiani e telegiornali hanno ritirato la mano e si stanno addirittura chiedendo meravigliati da cosa nasca la “psicosi” di quei fessi degli italiani che ora fanno la coda per vaccinarsi e si agitano e protestano se non ci riescono. Il fatto – dimostrato, noto da subito, pubblicabile: volendo – che non ci sia nessuna emergenza e nessuna straordinarietà nei casi di quest’anno, viene ora presentato come una sorta di parere come un altro: tra virgolette, o attribuito a qualcuno, opinabile.

Sarà mai possibile avere un atteggiamento più responsabile da parte di chi si occupa di informazione nel momento in cui si ha a che fare con la salute delle persone?

Medici e ricercatori non sono comunque esenti da responsabilità. E non soltanto per gli arcinoti problemi di difficoltà nel comunicare e dell’autorevolezza ormai venuta meno e poco riconosciuta.
Tra gli esperti c’è chi è convinto che il modo migliore per indurre le persone a vaccinarsi sia fare leva sulla paura delle malattie.
La psicosi meningite può dare ragione a questi esperti? E’ davvero la strategia migliore? La paura fa compiere scelte confuse e  non dettate dalla consapevolezza. Chi oggi corre alla ricerca del vaccino, due anni fa rifuggiva dalla vaccinazione contro l’influenza per paura che potesse uccidere. E’ un bene che aumenti il numero delle persone vaccinate contro la meningite? Forse. Ma non lo è quando non c’è governo, non c’è strategia. Ci saranno benefici per le singole persone, ma non è automatico che ne produrranno per la comunità in termini di maggiore protezione.
Sicuramente non è un bene l’aumento della pressione sui servizi vaccinali. Non è a costo zero e rischia di andare a discapito di chi necessita maggiormente delle vaccinazioni. Chi si assumerà la responsabilità di tutto questo? Chi, come si suol dire, pagherà il conto?

La psicosi meningite e la diffidenza verso i vaccini hanno molto in comune: la presenza di informazioni superficiali e contraddittorie e la mancanza di strumenti per comprendere e valutare in modo consapevole. I dati sulla meningite (pur con i loro limiti) sono liberamente consultabili, ma manca forse la capacità di leggerli e comprenderli.
La percezione del rischio è un fenomeno estremamente complesso da definire; in mancanza di un’educazione alla lettura critica diventa ancora più bizzarro.