Applausi di gente intorno a me

(La medicina e il manganello – parte IV)

Alla fine, il mio equivalente dell’amico armadillo ha avuto la meglio e mi ha convinto, ancora una volta, a scrivere per evitare che mi venga la gastrite.

people-2607201_1280

Nei giorni scorsi mi è capitato di assistere a un seminario di presentazione di alcuni dati di uno studio che ha monitorato circa 600 potenziali parti a domicilio. La “platea” era rappresentata da ricercatori in discipline scientifiche (soprattutto biologi), moltissimi dei quali giovani neolaureati o laureandi.
Nel corso della discussione un neonatologo ospedaliero ha espresso il suo disappunto, sottolineando che il parto a domicilio comporta un aumento del rischio di mortalità per il neonato, citando a supporto di questa affermazione un editoriale di Lancet del 2010 che a sua volta commentava una meta-analisi pubblicata nello stesso anno sull’American Journal of Obstetrics and Gynecology, concludendo che le mamme e gli operatori sanitari non hanno il diritto di decidere per un terzo (il bambino). Al termine dell’intervento sono partiti gli applausi (piuttosto nutriti).

Questi applausi mi hanno depresso, in quanto sono segno inequivocabile di questi tempi cupi.
Negli applausi c’è l’apprezzamento per l’Esperto che parla senza peli sulla lingua in nome della Scienza (ricorda qualcosa?). Ma sono anche il sintomo di un pregiudizio: la scelta del parto a domicilio è vista come comportamento sciocco, futile e antiscientifico e per tale motivo da biasimare. E’ pertanto certo, a priori, che si tratta di una scelta rischiosa, perché porsi dei dubbi?

Se chi ha applaudito si fosse, invece, posto il problema di approfondire avrebbe scoperto che anche l’Esperto aveva espresso un suo pregiudizio personale. Avrebbe scoperto che le evidenze scientifiche non sono così solide nell’indicare un maggior rischio di mortalità neonatale per il parto a domicilio. Si sarebbe reso conto che la meta-analisi citata dal neonatologo è stata ampiamente criticata da altri ricercatori per problemi metodologici e che dopo il 2010 sono stati pubblicati altri studi che non hanno osservato differenze nei rischi per il neonato. Avrebbe potuto rendersi conto che nel Regno Unito il National Institute for Health and Clinical Excellence (NICE), ritenuto tra gli enti di riferimento da chi si occupa di medicina basata sulle evidenze scientifiche, nelle linee guida Intrapartum care for healthy women and babies (pubblicate del dicembre 2014, aggiornate in parte a febbraio 2017) riporta tra le raccomandazioni sul luogo del parto per le donne con basso rischio di complicanze:

1.1.1 Explain to both multiparous and nulliparous women who are at low risk of complications that giving birth is generally very safe for both the woman and her baby. [2014]

1.1.2 Explain to both multiparous and nulliparous women that they may choose any birth setting (home, freestanding midwifery unit, alongside midwifery unit or obstetric unit), and support them in their choice of setting wherever they choose to give birth:

  • Advise low‑risk multiparous women that planning to give birth at home or in a midwifery‑led unit (freestanding or alongside) is particularly suitable for them because the rate of interventions is lower and the outcome for the baby is no different compared with an obstetric unit.

  • Advise low‑risk nulliparous women that planning to give birth in a midwifery‑led unit (freestanding or alongside) is particularly suitable for them because the rate of interventions is lower and the outcome for the baby is no different compared with an obstetric unit. Explain that if they plan birth at home there is a small increase in the risk of an adverse outcome for the baby. [2014]

Chi conosce l’inglese si sarà accorto che per il NICE il fatto che una donna a basso rischio di complicanze ostetriche possa scegliere di programmare il parto a domicilio è tutt’altro che un’assurdità (per chi preferisce un sunto in italiano può leggere la traduzione pubblicata su Evidence). Ritiene addirittura che per le pluripare il parto a domicilio o in una casa di maternità possa essere particolarmente adatto, in quanto gli studi disponibili indicano come il rischio di andare incontro a interventi (episiotomia, parto assistito, parto cesareo) è maggiore in ospedale che a casa o in una casa di maternità.

Riporta inoltre il NICE, per le pluripare a basso rischio:

… there are no differences in outcomes for the baby associated with planning birth in any setting.

“Non ci sono differenze negli esiti per il neonato associati al contesto in cui il parto è programmato.”

Le evidenze della scienza sono quindi un po’ più complesse di quelle presentate nell’intervento del neonatologo. Ma sono convinto che anche se fossero state presentate e discusse in modo più approfondito la maggior parte dei plaudenti sarebbe rimasto della sua idea. Perché siamo vittime degli stessi meccanismi mentali che siamo soliti imputare “agli altri”: se riteniamo che il parto a domicilio sia un vezzo proprio di chi disprezza la scienza, saremo più portati a dare credito agli studi che evidenziano i rischi e a sminuire quelli che non li documentano.

Triste che questo avvenga con giovani che dovrebbero formarsi al ragionamento e al rigore scientifico e che non si faccia nulla per cercare di educare allo spirito e alla lettura critica.

E’ inoltre triste che non ci si renda conto di come questo atteggiamento giudicante finisca con l’aumentare il divario e il senso di sfiducia reciproco tra chi si occupa di ricerca scientifica e una parte della società.
Ma è ancora più triste, che su un tema che ha a che fare con la libertà di scelta individuale e su cui non c’è una solida e convincente evidenza scientifica (per le donne con basso rischio di complicanze) che la scelta di programmare un parto in casa rappresenti di per sé un rischio per la salute, ci sia chi ritenga che l’approccio debba essere quello paternalistico: noi abbiamo la scienza e abbiamo il diritto di dirti cosa devi fare.

Infine, è preoccupante che, in tempi in cui si discute di “violenza ostetrica” e in una nazione in cui si ricorre troppo frequentemente al parto cesareo, invece di riflettere sulla medicalizzazione del parto e sul fatto che i rischi per la salute di mamma e bambino dipendono anche da dove si partorisce (in ospedale), si preferisca relegare a stupidaggini quelle che possono essere desideri e aspirazioni della donna.

Le opinioni sopra espresse sono del tutto personali

Annunci

La scomparsa del buon senso

Wall_crashed_down_because_of_a_mistake_in_construction_-_panoramio

C’è un aspetto che molti degli scettici sull’obbligo vaccinale hanno evidenziato sin dall’inizio della discussione sul suo rafforzamento in Italia: la necessità di valutare le possibili ricadute sull’attività dei servizi di vaccinazione.

Purtroppo, in queste settimane mi è capitato di ascoltare segnalazioni da parte di amici con figli piccoli riguardanti errori o potenziali errori nella somministrazione dei vaccini, presumibilmente dovuti alla situazione di pressione e confusione in cui si trovano a lavorare gli operatori: p.es. scambio di vaccini, esecuzione di vaccinazioni che non dovevano essere effettuate e senza il consenso dei genitori, genitori (al primo appuntamento) a cui non è stato raccomandato di rimanere in sala d’attesa per almeno 15 minuti dopo la vaccinazione. Per non parlare delle difficoltà a prenotare gli appuntamenti (situazione che dura almeno dall’inizio del 2017) o di lettere di invito alla vaccinazione non ricevute o ricevute in ritardo.

Naturalmente la narrazione trionfale delle magnifiche sorti e progressive si guarderà bene dal valutare quale è stata l’entità dei disagi che hanno dovuto affrontare genitori e operatori e quale l’incidenza di errori (evitabili, evitati, etc…) nei mesi precedenti e successivi all’entrata in vigore del decreto sull’obbligo (nonostante anche questo monitoraggio dovrebbe essere parte integrante della valutazione di efficacia del provvedimento). Errori che, talvolta, potrebbero avere messo a rischio la salute dei bambini.
Con un minimo di buon senso si sarebbe potuto decidere di rendere operativo l’obbligo a partire dall’anno scolastico 2018-2019 così da consentire a servizi e scuole di organizzarsi. Era una richiesta posta anche da alcuni degli esperti favorevoli all’obbligatorietà. Purtroppo nel clima di guerra sui vaccini il buon senso è stato immolato sull’altare del dover agire presto. A quale prezzo?

Foto in alto: Wall crashed down because of a mistake in construction, scattata il 21/05/2010 da  Alexander Murvanidze a Chisinau, Moldova. Alexander Murvanidze [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)%5D, via Wikimedia Commons

Quelli della scienza a corrente alternata

(Lo so che sto “ammorbando” da tempo i miei 24 lettori, ma sono certo che se avessi anch’io un amico armadillo mi consiglierebbe di scrivere questo post per sfogarmi ed evitare che mi venga la psoriasi…)

A_Light_in_the_Dark_(31052454935)

Quelli “della scienza a corrente alternata” è una tipologia di personaggi già ampiamente descritta su questo blog in precedenti post. Sono quelli che fanno riferimento al metodo della scienza a loro uso e consumo, a seconda che questo sia utile o no per confermare le loro idee.

A loro parere la gente è sciocca perché crede che l’aumento dei casi di autismo osservato negli ultimi decenni sia da attribuire all’aumento del numero di bambini vaccinati (correlation is not causation, osservare una correlazione non equivale a provare un’associzione di tipo causa-effetto, così dice la statistica), ma considerano altrettanto ottuso chi si ostina a ritenere che non ci siano prove scientifiche a supporto dell’efficacia delle misure coercitive, brandendo l’esempio del provvedimento californiano meglio conosciuto in tutto il mondo come “SB-277 (Senate Bill 277)” come Evidenza Assoluta. Poco importa, in questo caso, che correlation is not causation, né che il Dipartimento di Salute Pubblica della California nel presentare l’aumento della copertura vaccinale dopo l’entrata in vigore della legge sia molto cauto:

Possible explanations for the improvements in the reported immunization coverage of
kindergarteners in California include, but are not limited to:
• Efforts by public health departments, schools, medical providers and partner organizations to help ensure that children meet school immunization requirements.
• Increased public awareness about the importance of immunizations in the aftermath of outbreaks of vaccine-preventable diseases.
• The recent laws, SB 277 and AB 2109.
• Audits of eligible schools in 2016 and 2017 for compliance with immunization laws

Per il California Department of Public Health, Immunization Branch i provvedimenti legislativi non rappresentano la sola e unica possibile motivazione dell’aumento della percentuale dei vaccinati, mentre nella “traduzione italiana” il report californiano è diventato la prova principe che l’obbligo funziona (…e chi afferma il contrario sostiene il falso).

Di recente gli amici pasdaran della Scienza hanno potuto festeggiare nuovamente sparando in aria le loro gioiose (metaforiche) raffiche di kalashnikov: la regione Emilia Romagna, che nel novembre 2016 per prima aveva approvato una legge per istituire l’obbligo delle vaccinazioni per l’accesso ai servizi per l’infanzia, ha reso pubblici i dati delle coperture vaccinali nei nati nel 2015: per le quattro vaccinazioni già obbligatorie la percentuale di vaccinati nel giugno 2017 era del 96,6% (la copertura a 24 mesi dei nati nel 2013 era del 93,4%).
Ecco, siori e siore, la prova che occorre obbligare, altro che dialogare e convincere, ci vuole il bastone! Correlation is not causation? Ma cosa c’entra?

I dati indicano che il provvedimento dell’Emilia Romagna ha aumentato il ricorso alle vaccinazioni? Probabile ma, come in California, non è l’unica delle spiegazioni possibili.
A fine dicembre 2016 (a legge da poco approvata e con effetti – mancato accesso ai nidi – non ancora in vigore) la percentuale di vaccinati tra i nati nel 2015 era già del 95,8%. E’ possibile che molti genitori si siano “portati avanti”, oppure che parte dell’effetto positivo sia dovuto a una maggiore informazione sui vaccini o a un accesso ai servizi migliorato. Non essendo pubblici i dati sulle coperture nei nidi prima della legge regionale è difficile poter valutare quanto sia il potenziale impatto del provvedimento.

In ogni caso, dal momento che non c’è stato alcun confronto tra due tipi di interventi (coercizione versus persuasione) affermare che i dati dell’Emilia Romagna dimostrano che occorre obbligare invece che dialogare/informare attiene alle legittime opinioni personali (in quanto tali opinabili) e non alla Verità.
C’è, infine, un aspetto che chi festeggia i dati emiliani finge di ignorare. Nelle aree caratterizzate dal maggior rifiuto delle vaccinazioni, l’impatto è stato insufficiente. L’avevamo già ipotizzato (naturalmente tra gli scherni dei Guardiani della Rivoluzione) in un articolo pubblicato sulla rivista Ricerca e Pratica, effettuando una simulazione basata sui dai dell’ISTAT riguardanti la percentuale di utenti dei servizi dell’infanzia sulla popolazione di età inferiore ai 3 anni. Per alcune province dell’Emilia Romagna abbiamo leggermente sottostimato il possibile impatto, per altre (tra cui Rimini, quella caratterizzata dalla copertura più bassa) la stima da noi effettuata è molto simile al dato osservato: 90,7 versus 90,3%. Il possibile effetto limitato era, quindi, in qualche modo prevedibile e “atteso”.
Certo, il Decreto Lorenzin, che amplia il divieto di accesso alle scuole per l’infanzia,  verosimilmente potrà avere un maggiore impatto, ma in molte regioni italiane (dove il numero di bambini che frequentano i nidi è molto basso) è altrettanto verosimile che la mancata possibilità di frequentare i servizi per l’infanzia non rappresenti di per sé un incentivo così potente per la vaccinazione.

Sarebbe un atto di onestà intellettuale riconoscere che a oggi non è possibile valutare con il rigore proprio della scienza se le misure coercitive siano più o meno efficaci della persuasione, evitando gli insulti verso chi non vuole riconoscere il Dogma dell’Obbligo Indispensabile.

Ma la scienza è (purtroppo?) talmente democratica da consentire a Lor Signori di permettersi di parlare a suo nome.

Le opinioni qui espresse sono del tutto personali.

 

La vittoria della Ragione?

Sottotitolo: la medicina e il manganello – parte III

Fuochi_artificio

“La vittoria dei pro-vax: raddoppiati gli italiani che credono alla scienza” così Repubblica ha titolato oggi un articolo di Massimiano Bucchi.
I “pasdaran della SCIENZA” non hanno perso tempo e hanno colto al volo l’occasione di fare festa (mi piacerebbe essere tipo Zerocalcare per disegnarli in piedi su un pick-up intenti a festeggiare sparando in aria raffiche di Kalashnikov).

Cosa racconta di tanto importante l’articolo di Bucchi? Che in un sondaggio effettuato recentemente da Observa si dimezza la percentuale di italiani contrari all’obbligatorietà vaccinale (da 19% nel 2015 a 8% nel 2017).

I dati evidenziano infatti un cambiamento significativo negli atteggiamenti rispetto alle precedenti rilevazioni. In precedenza più della metà degli italiani riteneva che solo un numero limitato di vaccinazioni dovesse essere obbligatorio, lasciando al singolo di decidere sulle altre, e quasi un italiano su cinque era contrario ad ogni tipo di vaccinazione. A seguito dell’ampio dibattito pubblico di questi mesi e del decreto legislativo dello scorso luglio che ha reso obbligatorie una serie di vaccinazioni tra i minori, la quota di quanti ritengono che tutte le vaccinazioni dovrebbero essere obbligatorie è cresciuta di 24 punti percentuali, attestandosi al 47%. Restano contrari ad ogni tipo di vaccinazione l’8% degli italiani, una quota più che dimezzata rispetto al passato (19%). Il 44% degli italiani ritiene che l’obbligo debba essere limitato solo ad alcune vaccinazioni, lasciando al singolo cittadino di decidere sulle altre; anche in questo caso c’è stata una diminuzione significativa rispetto al precedente 57%

Come la narrazione recentemente ormai impone, il calo nei contrari all’obbligo vaccinale è stato ovviamente tradotto con “un calo dei contrari alle vaccinazioni” (perché ormai vige il dogma che non si può essere favorevoli alle vaccinazioni e contrari all’obbligatorietà), e l’aumento dei favorevoli all’obbligo per qualsiasi vaccinazione in “italiani che credono alla scienza”.
Non è ancora disponibile il rapporto dello studio e non è perciò possibile entrare nel merito della metodologia e dei risultati.
Un commento a caldo, però, può essere fatto. Io trovo preoccupante l’aumento di chi è favorevole all’obbligo per tutti i vaccini e ancora di più gli applausi con cui la notizia è stata accompagnata. Contrariamente a quanto si possa pensare non è indice di consapevolezza, né di “credere alla scienza”, dal momento che sono proprio le prove che la scienza produce a documentare come per alcuni vaccini non c’è un solido razionale per proporne l’obbligatorietà (in precedenti post avevo citato l’esempio del vaccino contro il meningococco B). A meno che il credere alla scienza venga inteso secondo un’accezione “fideistica”, dove le cosiddette evidenze contano poco o nulla, ma importa il verbo dell’Esperto. Purtroppo ho l’impressione che anche nella comunità “social” di chi difende a spada tratta e pancia a terra le ragioni della Scienza le evidenze abbiano una scarsa importanza, tanto quanto nell’opposta fazione.

Pur da perplesso sull’obbligatorietà, penso che la posizione ragionevole sia quella di chi la ritiene utile o opportuna per un “numero molto limitato di vaccinazioni”: quelle maggiormente rilevanti per la tutela del singolo e della comunità (in particolare dei soggetti più vulnerabili).
La legge sull’obbligo ormai è in vigore ed è superfluo discuterne; molto probabilmente riuscirà ad aumentare le coperture e questo è un aspetto positivo. Se, però, non si accompagna a interventi per accrescere conoscenza e consapevolezza tra i genitori e i cittadini, e riconquistare la loro fiducia, il successo potrebbe essere effimero.

(Che poi, che chi sogna una società in cui è l’Esperto a decidere che cosa è Bene abbia di che fare festa… questa purtroppo appare oggi una triste realtà)


Una postilla ( del 22/9) sulla consapevolezza…
Nel frattempo sul sito di Observa è stato reso disponibile un sunto dei dati raccolti.
A leggere quanto riportato nella tabella sottostante, qualche ulteriore dubbio sulla consapevolezza degli italiani riguardo alle vaccinazioni appare legittimo.

Tabella_observa

Mi permetto di sottolineare solo una delle discrepanze che sembrano emergere da questi dati (altre “contraddizioni” le potete trovare nell’articolo scritto da Cristina Da Rold su oggiscienza): l’87% è d’accordo (molto/abbastanza) con l’obbligo, mentre l’80% lo è sul fatto che i benefici dei vaccini sono sempre superiori ai potenziali rischi. Ci sarebbe quindi un 7% di italiani poco convinti dei benefici della vaccinazioni, ma che ritengono giusto obbligare i genitori a effettuarle. Verosimilmente è una distorsione del tutto apparente, legata al tipo di domande effettuate (che parlano genericamente di vaccini, senza entrare nel merito dei singoli): c’è una piccola fetta che per alcuni vaccini nutre dei dubbi su benefici e rischi, ma che per altri ritiene giusto obbligare a vaccinare.
La situazione è più complessa di come viene narrata e alcuni titoli finiscono con il non considerare le sfumature (e nemmeno le “evidenze scientifiche” dal momento che lo studio non è in grado di provare quali siano stati i fattori alla base del mutamento di opinione).

Come sempre, le opinioni qui espresse sono del tutto personali

Lo scienziato di bastoni

622px-The_Cardsharps_by_CaravaggioSpero che tra qualche settimana, con animi forse un po’ meno esagitati, ci sarà modo di riflettere seriamente tra e con le persone di buonsenso su quanto avvenuto in queste settimane.
The vaccine wars – le guerre sui vaccini – così la rivista scientifica Science ha titolato la copertina del numero del 28 aprile 2017, titolo ripreso il 12 maggio da Internazionale che ha tradotto in italiano due articoli della rivista.
Il termine “guerra” non è esagerato nel descrivere l’acceso dibattito avvenuto sui social in questi mesi: un non molto edificante scontro tra ultras (come del resto si osserva anche per altri temi).
“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi…” – è l’incipit di una delle più celebri citazioni cinematografiche (dal capolavoro Blade Runner), ma nel nostro caso le cose viste sono meno eccitanti delle navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, o dei raggi B che balenano nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.
I toni accesi e aggressivi di taluni attivisti anti-vax erano noti, molto meno lo era l’uso degli stessi toni da parte di chi sostiene le ragioni della scienza e l’importanza delle vaccinazioni. C’è chi ritiene che sia opportuno, nonché benvenuto, il rispondere per le rime; posizione legittima ma discutibile, in quanto l’aver ridotto il dibattito sui vaccini a una discussione da osteria non so quanto si possa considerare un successo.
Senza contare che, come nella vita reale, quando partono le manganellate capita che a fare le spese dello squadrismo 2.0 sia anche chi c’entra poco o nulla. O che la giustificazione del rispondere a tono finisca con il rendere accettabili, quando espressi dalla Banda della Scienza, anche attacchi gratuiti, frasi sessiste, allusioni pesanti, che dovrebbero essere invece stigmatizzati senza se e senza ma.

Come ho già avuto modo di affermare in precedenza, il dibattito sui vaccini riflette anche differenti visioni “sul modo di intendere la società in cui viviamo e il ruolo che la medicina e la scienza devono avere”. A distanza di settimane, mi sembra che rifletta soprattutto differenti visioni del vivere civile, anche al di là del sostenere il paternalismo medico e la supremazia degli Esperti.
Non ho le competenze per discutere se alcune modalità comunicative siano o meno efficaci e lascio ad altri questa valutazione. Quello che mi infastidisce è il tentativo di spacciare che l’obbligo vaccinale “lo vuole la Scienza”.
Il decreto Lorenzin è stato approvato (con alcune modifiche) al Senato e lo sarà a breve alla Camera; il tempo ci dirà se sarà efficace e quali saranno le ricadute positive e negative.
Sull’obbligatorietà vaccinale, in ogni caso, era ed è legittimo discutere, senza necessariamente essere irrisi, trattati come medici/ricercatori/operatori sanitari etc… di serie B o visti come “traditori”.
In questi ultimi mesi ricercatori internazionali che si occupano di salute pubblica e di vaccinazione hanno espresso su importanti riviste scientifiche internazionali rilievi critici sulle misure coercitive. Lo hanno fatto alcuni ricercatori australiani, tra cui Peter McIntyre, direttore del National Centre for Immunisation Research and Surveillance, in un articolo sul Medical Journal of Australia in cui hanno evidenziato alcune criticità del provvedimento del governo “No Jab No Pay”, che vincola l’erogazione di sussidi economici all’effettuazione delle vaccinazioni, e ricercatori di differenti università degli Stati Uniti  in un articolo (il cui ultimo autore è Walter Orenstein, per molti anni direttore del programma di vaccinazione degli Stati Uniti  presso i Centers for Disease Control and Prevention) su Jama Pediatrics in cui invitano a valutare con molta attenzione e cautela l’eventuale rafforzamento delle misure coercitive.
Nei giorni scorsi anche il British Medical Journal (BMJ) ha affrontato il tema dell’obbligatorietà dei vaccini, riportando che durante l’assemblea annuale dei rappresentanti della British Medical Association una mozione che chiedeva all’associazione di valutare vantaggi e svantaggi delle misure coercitive in ambito di vaccini è stata oggetto di un acceso dibattito. Sempre sul BMJ la giornalista Sophie Arie nel dare la notizia dei provvedimenti italiano e francese sull’obbligo vaccinale, riporta i pareri sui determinanti dell’esitazione vaccinale di Andrea Ammon, direttrice dell’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC) – il Centro Europeo per il Controllo e la Prevenzione della Malattie – e di Robb Butler, programme manager dell’Ufficio Europeo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Riporto qui un estratto:

Neither the WHO nor the ECDC advocates mandatory immunisation programmes; as Butler points out, they are difficult to enforce, and compulsory programmes can polarise views on vaccination or lead to more people seeking medical exemption.
Ammon explains: “There is no obvious association between mandatory vaccination, without other measures, and increased vaccination uptake in any given country.” More needs to be done, he says, to close immunisation gaps among adolescents and adults.

Nè l’OMS nè l’ECDC, riporta la giornalista, raccomandano l’obbligatorietà vaccinale (aggiungo una mia precisazione: è, comunque, una legittima scelta dei governi nazionali, su cui queste istituzioni internazionali non intervengono). Non c’è un’evidente associazione tra vaccinazioni obbligatorie, senza altre misure, e l’aumento della copertura vaccinale – sostiene la dottoressa Ammon, direttrice dell’ECDC.
(NdA: deve essere che nessuno l’ha mai informata del provvedimento californiano SB277, l’Evidenza Principe)
Sostenere che l’obbligo vaccinale è “approvato dalla comunità scientifica” o che “la Scienza lo vole” è una bufala. La comunità scientifica – fuori dall’Italia – ne discute e non ha paura di evidenziare anche le possibili ricadute negative (anzi a ben vedere a livello internazionale le voci critiche sembrano più numerose di quelle a favore).

Le opinioni qui espresse sono del tutto personali.

Immagine di apertura: “I bari”, Caravaggio, 1594.

No, il morbillo non è solo una malattia dei bambini

measles_not_just_a_kids_problemThink measles. It’s not just a kids’ problem” – fai attenzione al morbillo. Non è solo un problema dei bambini – è lo slogan usato in una campagna del 2016 del National Health Service, il servizio sanitario  inglese, di cui è parte l’immagine qui riprodotta. Molto più modestamente, era anche il messaggio che con alcuni compari della compagnia “di sicuro insuccesso” abbiamo cercato di trasmettere in un articolo pubblicato sul sito di Focus il 7 aprile scorso, nonché che ho sottolineato più volte su questo blog.

In questi mesi tutta l’attenzione a livello comunicativo è stata centrata sulla necessità di aumentare le coperture infantili, aspetto sicuramente di rilievo, mentre l’importanza e la necessità di vaccinare anche gli adulti non vaccinati e non immuni ha trovato poco spazio nell’informazione al pubblico. Come ne ha trovato poco anche nel Decreto Lorenzin sull’obbligo vaccinale, dal momento che l’emendamento che propone l’obbligatorietà anche per gli operatori sanitari e il personale scolastico è al momento in dubbio.

Negli ultimi giorni due notizie hanno portato alla ribalta il problema del morbillo negli adulti: 3 atleti (con età 22-31 anni, ) della nazionale di pallanuoto hanno dovuto rinunciare al mondiale a causa della malattia (anche se non tutti c’è la conferma diagnostica) e 3 casi (età 25-34 anni) tra i dipendenti di due hotel di Vietri sul Mare potrebbero aver messo a rischio contagio 700 turisti. Si tratta di persone nate quando il vaccino contro il morbillo non era un intervento diffuso e consolidato, con coperture basse, e quando veniva effettuata una sola dose.

Nei casi sopra citati difficilmente si può attribuire la responsabilità ai genitori o agli stessi soggetti. Quanti adulti sono consapevoli del proprio stato vaccinale e delle malattie che hanno contratto nell’infanzia? Quanti sono consapevoli che le vaccinazioni possono riguardare anche loro?
Si può sostenere che se in Italia negli ultimi anni ci fossero state coperture elevate nei bambini questi casi non si sarebbero verificati. Molto probabile che sia vero. Ma si sarebbero potuti evitare se ci fosse stata maggiore informazione e un’offerta attiva del vaccino anche agli adulti. In post precedenti ho ricordato come nei piani di eradicazione del morbillo e della rosolia congenita fossero previste strategie di recupero degli adulti suscettibili.
La tabella riportata qui sotto è parte del documento “Impatto di possibili strategie di vaccinazione per l’eliminazione del morbillo in Italia” redatto da alcuni ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità.

Tabella_ISS_Strategie_Morbillo
La tabella riassume l’impatto di differenti strategie che combinano elevate coperture a 24 mesi di età con il recupero di adolescenti e adulti suscettibili attraverso campagne straordinarie di vaccinazione  (nella simulazione dei ricercatori ISS da effettuarsi nel 2012). Quello che emerge è che senza recupero di adolescenti e giovani adulti, anche partendo da coperture elevate e mantenendole nel tempo (scenario ottimale, prima riga) l’eliminazione del morbillo verrebbe raggiunta (o meglio, sarebbe stata raggiunta) dopo 10 anni. Per poter anticipare l’anno di eliminazione sarebbe (stato) necessario vaccinare anche parte degli adolescenti e dei giovani adulti.

Non sappiamo perché queste campagne non siano state effettuate. Molto probabilmente non per mancanza di volontà, ma a causa di risorse limitate e di difficoltà oggettive nel metterle in atto. Sono, comunque, dati che dovrebbero indurre alla riflessione. Innanzitutto per comprendere che cosa non ha funzionato e quali interventi potrebbero essere utili per migliorare la situazione. In secondo luogo in vista dell’applicazione del decreto sull’obbligo vaccinale. E’ verosimile che molte regioni italiane si trovino oggi in uno scenario di copertura intermedio; questo significa che sulla base della simulazione ISS anche ipotizzando che l’obbligo abbia un impatto nel migliorare nel coperture a 24 mesi e nel recuperare bambini e adolescenti non vaccinati in precedenza, per poter eliminare il morbillo nell’arco di pochi anni occorre vaccinare anche parte dei giovani tra i 20 e i 30 anni di età non ancora immuni.  Se questo non avviene, non è da escludere che nei prossimi anni dovremo nuovamente affrontare altre epidemie di morbillo.

Discutere di queste problematiche non significa, come ritenuto da alcuni, negare la rilevanza della vaccinazione nei bambini, ma riconoscere che l’eliminazione del morbillo necessita di una strategia con più interventi. Si veda al riguardo quanto ha scritto il professor Pier Luigi Lopalco in alcuni post e in particolare nel post “The matrix“.

Le fake news del vicino sono sempre più verdi.

20100910142343!Orson_Welles-Citizen_Kane1
Orson Welles, Citizen Kane

Alcuni giorni fa, ho avuto modo di parlare di vaccini a poche ore di distanza con due gruppi diversi di persone: genitori e insegnanti prima e studenti degli ultimi anni delle scuole superiori successivamente. In entrambe le occasioni è emersa la preoccupazione per il ritorno in Italia di malattie scomparse da tempo.
Con sorpresa e un pizzico di perplessità ho scoperto che le malattie ricomparse in Italia a cui si riferivano i miei interlocutori erano il morbillo e la meningite (con un sottinteso percepito anche se non detto esplicitamente: se sono ricomparse, qualcuno ce le ha portate). Ma come – mi sono chiesto – morbillo e meningite non sono mai scomparse dall’Italia.
Questi episodi mi hanno fatto riflettere. Sarebbe troppo facile etichettarli sotto la voce ignoranza, dal momento che sono frutto di un ragionamento coerente con la narrazione che è stata fatta dai mezzi di informazione in questi mesi: a fine dicembre 2016 si è dato conto dell’emergenza meningite (nonostante l’incidenza della malattia non sia cambiata negli ultimi anni), a cui ha fatto seguito quella dell’epidemia di morbillo mai osservata prima (malattia non eliminata dall’Italia, che ciclicamente da luogo a epidemie).

Una decina di giorni fa, un caso di tetano in un bambino di 10 anni è stato, per errore, definito dall’ANSA come “il primo dopo 30 anni“.  Ulrike Schmidleithner, che da anni cura un blog sui vaccini, su Facebook aveva subito precisato che negli ultimi 30 anni i casi di tetano nei bambini erano stati più di 30, con almeno 8 casi nel periodo 2001-2010. Malgrado questa precisazione e nonostante sul sito Epicentro dell’Istituto Superiore di Sanità fossero disponibili e facilmente recuperabili i dati italiani, quanto scritto dall’ANSA è diventato Verità, ripresa come tale da quotidiani e TV, e fatta circolare sui social anche da chi è generalmente attento alle “evidenze”.

Quando si parla di “fake news” nella vulgata giornalistica i responsabili sono esclusivamente “gli altri”: internet, i “social media”. Eppure i mezzi di comunicazione tradizionali non sono da meno. Non è un fenomeno nuovo, perché gli esempi di informazione sensazionalistica e non proprio “basata sulle prove (scientifiche)” su temi riguardanti la salute e la scienza sono numerosi.
Il problema si pone perché alcuni tra gli “uomini di scienza” ritengono che il fine giustifichi i mezzi e che il sensazionalismo in quanto generatore di paura possa essere utile nell’aumentare l’adesione alle vaccinazioni; qualcuno sembra addirittura incoraggiare questo modo di fare “informazione”.
Nel mio piccolo credo, invece, che la sfida, nonché l’obiettivo comune di ricercatori, operatori sanitari, giornalisti, rappresentanti istituzionali, dovrebbe essere quello di far crescere nella popolazione  la conoscenza e la consapevolezza riguardo la salute, partendo con il garantire un’informazione corretta e rigorosa.
Se non si crea consapevolezza (e insieme fiducia), qualsiasi intervento rischia di ottenere risultati effimeri: può essere efficace nel breve periodo, ma fallimentare nel lungo termine.
L’obbligo di cui tanto si discute non può essere una scappatoia per non spiegare e motivare la complessità della vaccinazione, per non fare lo sforzo di aumentare la consapevolezza nei genitori, rifugiandosi nell’alibi/luogo comune che “la gente non capisce”.

Era scuola di scienza e di lingua, di pensiero e di vita, di denuncia e di coerenza.  Il suo obiettivo era di fare di noi degli uomini liberi, capaci di capire la realtà, di difenderci, di partecipare, di scegliere

Così Franco Gesualdi descriveva l’esperienza di Barbiana in un articolo pubblicato su Avvenimenti il 2 settembre 1992. Barbiana avrebbe qualcosa da insegnare anche a chi si occupa di salute. Del resto il motto adottato dalla scuola era “I care”, mi interessa, mi importa, mi sta a cuore… ma anche io curo

P.S.: come le fake news, anche i cosiddetti “hater” stanno sempre dall’altra parte. Lo squadrismo se è “pro-scienza” diventa improvvisamente accettabile e giustificabile.