Resistenza agli #antibiotici: allarme continuo, ma senza esito

Batteri
Batteri visti al microscopio

Siamo arrivati all’ennesimo annuncio dell’apocalisse prossima ventura, del medioevo alle porte, della regressione di un centinaio di anni, quando una banale infezione poteva uccidere.
Il 25 maggio la rivista Antimicrobial agents and chemotherapy ha pubblicato la segnalazione dell’isolamento dalle urine di una donna di 49 anni con infezione delle vie urinarie di un ceppo del batterio Escherichia Coli produttore di beta-lattamasi a spettro esteso (Extendended Spectrum Beta Lactamase, ESBL), portatore del gene della resistenza alla colistina. In parole povere, si tratterebbe di un ceppo resistente a tutti gli antibiotici, il primo caso osservato negli Stati Uniti.

Questo evento ha scatenato il consueto profluvio di titoloni contenenti le parole chiave superbatterio, paura, allarme. Ma trascorso qualche giorno tutto è finito nel dimenticatoio.

Sono anni che, giustamente e “fondatamente”, si discute di resistenza agli antibiotici e si teme l’avvento di batteri che non potranno essere sconfitti da questi farmaci.

La “litania” (perché ormai ci si è ridotti a snocciolare una litania) è la stessa: i rapporti dell’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC) da tempo classificano l’Italia tra le nazioni europee con il più alto consumo di antibiotici (nell’uomo e negli animali) e con un tasso di resistenza agli antibiotici medio-alto (dipendente da quale batterio viene monitorato). E’ da tempo descritta l’esistenza di un gradiente nord-sud nel nostro paese, non solo nell’entità della prescrizione, ma anche nell’impiego di antibiotici che dovrebbero essere di seconda o di terza scelta, per non parlare dell’uso extra-ospedaliero degli antibiotici per iniezione intramuscolare. Differenze al riguardo esistono anche all’interno delle regioni, tra ASL e distretti sanitari. E tra singoli medici che hanno l’ambulatorio nello stesso contesto geografico.
Nei bambini l’amoxicillina, antibiotico di scelta per le infezioni più frequenti, in alcuni ambiti geografici è scarsamente prescritta.
Tutto descritto da tempo. Si sa o si ipotizza che i determinanti siano molteplici: p.es. fattori socioculturali, economici, l’attitudine prescrittiva dei medici, il marketing delle aziende.

Ma in questi anni, nonostante campagne e giornate/settimane di sensibilizzazione e di consapevolezza, poco è cambiato e talvolta è cambiato in peggio. Molto probabilmente il problema delle resistenze è percepito come qualcosa che non ci riguarda qui, ora. Perché dunque dovremmo rinunciare quindi all’antibiotico, anche se per un po’ di mal di gola o per una tosse che stenta a guarire?
Gli allarmi, i titoloni, le giornate della consapevolezza e le campagne informative finora sono servite a poco. Occorre agire su più fronti e coinvolgere diversi soggetti. Potrebbe essere utile incominciare anche a prendere in considerazione misure di tipo regolatorio per limitare la possibilità di prescrivere antibiotici che dovrebbero essere riservati a situazioni particolari.
Ma soprattutto c’è la necessità di un’educazione alla salute che inizi dalle scuole. Paradossalmente viviamo in una società in cui convivono il mito del farmaco panacea di tutti i mali e il rifiuto dello stesso (e dei vaccini) in nome di una visione “alternativa”, che si riduce a proporre una differente medicalizzazione.
Solo educando i cittadini fin da piccoli a imparare ad avere cura della propria salute si può pensare di potere crescere generazioni capaci di valutare con il giusto spirito critico l’uso del farmaco.

 

 

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Un pensiero su “Resistenza agli #antibiotici: allarme continuo, ma senza esito

  1. L’educazione alla salute, con un progetto dedicato interamente ai farmaci (inclusa ovviamente l’antibioticoresistenza), noi l’abbiamo fatta quest’anno: http://wp.me/p4JOly-5F
    Ovviamente non basta ed è da inserire in un sistema d’intervento ampio e a vari livelli, tuttavia è fondamentale per produrre cambiamenti.

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