La #ricerca (indipendente) trascurata – Una notizia che non merita di essere data

By Bert Kaufmann from Roermond, Netherlands (Loneliness  Uploaded by russavia) [CC BY 2.0 (http://creativecommons.org/licenses/by/2.0)], via Wikimedia Commons
By Bert Kaufmann from Roermond, Netherlands (Loneliness Uploaded by russavia) [CC BY 2.0 (http://creativecommons.org/licenses/by/2.0)%5D, via Wikimedia Commons
“La ricerca indipendente sui farmaci dovrebbe importare a tutti (e non solo gli addetti ai lavori)”. Questo era il titolo che avevo scelto per un post pubblicato qualche settimana fa.
A distanza di quasi un mese sembra invece che importi davvero solo ad alcuni addetti ai lavori.
La notizia dei ritardi nell’esito dei bandi dell’Agenzia Italiana del Farmaco per la ricerca indipendente del 2012 ha avuto infatti un’eco pressoché inesistente sui media italiani, nonostante la lettera dei ricercatori ai vertici di AIFA e al Ministro della Salute e l’interrogazione parlamentare dell’onorevole Dirindin siano state riprese dal British Medical Journal, una delle maggiori riviste scientifiche internazionali.
Solo alcuni siti “specializzati” hanno dato spazio alla notizia (il blog politichedelfarmaco.it, Quotidiano Sanità, Sole 24 Ore Sanità).

Intervistata per la newsletter Vapensiero del 18 febbraio 2015, la dottoressa Laura Amato del Dipartimento di Epidemiologia del Servizio Sanitario Regionale del Lazio, tra i ricercatori firmatari della lettera,  ha dichiarato:

C’è di buono che la vostra lettera ha fatto notizia a livello internazionale. È stata ripresa anche dal BMJ. Un invito a non rassegnarsi?

Più che un invito a non rassegnarsi dovrebbe essere letto come un invito a prendere consapevolezza della cultura della ricerca. Questo è uno dei pochi e rari casi di fondi pubblici disponibili per la ricerca che non vengono assegnati. Il fatto che il BMJ abbia accettato di riportare la notizia testimonia l’idea che in altri Paesi, che hanno una cultura della ricerca più solida, questi ritardi sarebbero considerati inaccettabili. In Italia, invece, un caso del genere non fa notizia e tutto tace. Se ci sono le code in un pronto soccorso, giustamente peraltro, se ne parla nella prima pagina dei giornali e nei servizi ai telegiornali; mentre se non ci sono bandi per la ricerca, non solo c’è poca attenzione da parte della stampa ma si fanno sentire poco gli stessi ricercatori. Il rischio è che anche fra i ricercatori si diffonda l’idea che la cultura sia un lusso (con la quale non si mangia). Ma se cresce la sfiducia sull’andamento delle istituzioni pubbliche, non ci si sorprende più dei malfunzionamenti e non si alza neppure più la voce per dire che avremmo diritto, ad esempio, a una migliore gestione del finanziamento della ricerca. È forse un paradosso che, dopo avere criticato la distribuzione di fondi senza attenzione al merito, siamo finiti nella palude dell’incapacità di gestire fondi che sarebbero immediatamente utilizzabili.

Che l’Italia non sia un paese per ricercatori è un concetto noto da tempo e quasi abusato. Ma è disarmante vedere come dover attendere anni per conoscere l’esito di un bando diventi parte della “normalità”: ma sì, siamo in Italia, che ci vuoi fare… E’ una delle tante inefficienze, talmente abituali da non meritare una notizia.
Non solo, ma che l’iter di un bando pubblico iniziato nel 2012 (la cui partecipazione richiede tempo e lavoro da parte dei ricercatori per la stesura dei protocolli di ricerca da sottoporre a valutazione) non sia ancora oggi concluso sembra relegato nell’immaginario collettivo a un problema di rivendicazione di parte e non come una questione che riguarda tutti, sia per i benefici che la ricerca (ancora più se indipendente) produce che perchè i diritti disattesi sono di tutta la cittadinanza.

Come fatto nel post precedente, rimando all’articolo di Giuseppe Traversa (già responsabile dell’Ufficio Ricerca e Sviluppo dell’AIFA) e alla già citata intervista di Laura Amato, per una riflessione sull’importanza della ricerca indipendente sui farmaci.

Mi permetto di segnalare anche la nota scritta sempre da Traversa sulle risposte fornite dal Ministero della Salute, per bocca del Sottosegretario Vito De Filippo, all’interrogazione parlamentare presentata dall’Onorevole Dirindin.
Scrive Giuseppe Traversa (le sottolineature sono mie):

Ancora, oltre alle ricadute conoscitive dei progetti finanziati – si pensi alla pubblicazioni effettuate sulle migliori riviste internazionali – sono stati evidenziati potenziali risparmi per decine di milioni di euro per il Servizio Sanitario Nazionale. Sebbene non sia questo l’obiettivo principale degli studi, si può affermare che la ricerca indipendente si paga da sola. La mancanza di efficienza nella gestione dei fondi per la ricerca indipendente produce quindi un danno doppio: si riducono le conoscenze e non si evidenziano interventi inefficaci sui quali si continuano a sprecare risorse.

Sostanzialmente il governo imputa principalmente ai tagli alla spesa pubblica le difficoltà incontrate nel concludere il percorso di valutazione dei progetti.
Un approccio che sembra sottindere che la ricerca è un lusso che non possiamo permetterci in tempi di austerità.
Ma, come sostiene Traversa, la ricerca indipendente si finanzia da sola. Non solo, ha prodotto e potrebbe produrre evidenze utili (anche) per un impiego più razionale delle risorse.
Certo, l’impatto in termini di impiego più razionale/appropriato delle risorse disponibili per concretizzarsi richiede tempo, sforzi, capacità di progettazione e di guardare “oltre”. Più facile rifugiarsi nell’alibi “è l’austerity, bellezza!”

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