Accidenti… mi è sparita l’#Ebola!

Sparizione
Escamotage d’une dame chez Robert-Houdin

Giovedì scorso (13 novembre) mi sono svegliato mentre Filippo Solibello, uno dei conduttori della trasmissione di Radio Due Caterpillar AM, segnalava agli ascoltatori le dichiarazioni sui ritardi e silenzi riguardo l’epidemia di ebola di un sociologo della Guinea pubblicate sul Corriere della Sera e commentava sarcasticamente e provocatoriamente con Claudia de Lillo “E’ sparita Ebola!… Tre settimane fa il mondo stava per finire…  basta, finito, non c’è più”. Clamoroso! Pazzesco!…verrebbe da dire in stile “solibelliano”.
Certo, il buon Solibello non poteva prevedere che meno di 24 ore dopo i mezzi di informazione nostrani sarebbero andati nuovamente in fibrillazione per l’ennesimo caso sospetto rivelatosi in poche ore negativo.
Ebola è sparita. Un’affermazione tristemente vera, che bene evidenzia il nostro egoismo: ci siamo interessati all’epidemia solo per la paura che potesse colpire anche le nostre nazioni. Quando questa paura si è affievolita anche l’interesse per il terribile virus è scemato.
Non ci sono (per il momento) più pazienti ricoverati al di fuori dell’Africa, se si esclude un medico americano rimpatriato dalla Sierra Leone. I quattro operatori sanitari (tre infermiere e un medico) ricoverati in Spagna e negli Stati Uniti sono guariti e sono stati dimessi dagli ospedali.
Nessuno dei loro contatti ha sviluppato la malattia e le polemiche suscitate dalla gestione imprudente di alcuni di questi casi sono rapidamente finite nel dimenticatoio.
Eppure ebola continua a diffondersi: ci sarebbero 14.413 casi e 5.177 morti stando ai dati dell’OMS aggiornati al 11 novembre. Ma quello che è dramma per centinaia di migliaia di persone, qui al Nord si è tramutato in fiera della stupidità: isteria, meschinità, caccia allo scoop, campagne elettorali, frontiere chiuse…
A questo riguardo trovo illuminanti le parole di Craig Spencer, il medico contagiato in Guinea e ricoverato a New York, pubblicate sul sito di Medici Senza Frontiere l’11 novembre 2014, data in cui è stato dimesso dall’ospedale.
Mi sembra opportuno riportarle per intero, senza ulteriori commenti.

Buongiorno, mi chiamo Craig Spencer. Sono un medico e un operatore umanitario di Medici Senza Frontiere (MSF). Sono fiero di essere uno degli oltre 3.300 medici senza frontiere che stanno combattendo l’epidemia di Ebola in Africa occidentale.

Per prima cosa vorrei ringraziare l’equipe medica del Bellevue Hospital Center per il formidabile trattamento e supporto che mi hanno fornito per sopravvivere a questo virus. Da quando sono stato ricoverato, il 23 ottobre, ho ricevuto un livello eccezionale di cure mediche, supporto e incoraggiamento da tutto il team medico e amministrativo. Vorrei ringraziare in modo particolare la dottoressa Laura Evans che per prima ha preso in carico il mio caso quando sono arrivato qui ed è stata con me ogni giorno. 

Oggi sono guarito e non sono più contagioso. La mia guarigione dall’Ebola conferma l’efficacia dei protocolli in essere per gli operatori sanitari che rientrano dall’Africa occidentale. Sono un esempio vivente dell’efficacia di quei protocolli e di come l’identificazione e l’isolamento tempestivi siano cruciali, sia per sopravvivere all’Ebola sia per garantire che non venga trasmesso ad altri. 

Il mio caso ha guadagnato l’attenzione del mondo intero, ma è importante ricordare che il mio contagio rappresenta solo una piccola percentuale degli oltre 13.000 casi registrati a oggi in Africa occidentale – il fulcro dell’epidemia, dove intere famiglie e comunità vengono distrutte.

È per questa ragione che ho deciso di lavorare in Guinea con Medici Senza Frontiere. Per oltre cinque settimane ho lavorato in un centro di trattamento Ebola a Guéckédou, l’epicentro dell’epidemia. 

In questo periodo, ho pianto mentre tenevo in braccio bambini troppo deboli per sopravvivere al virus. Ma ho anche provato una gioia immensa quando i pazienti che ho curato sono guariti e mi hanno invitato nelle loro famiglie come un fratello, dopo essere stati dimessi. Entro una settimana dalla mia diagnosi, molti di quegli stessi pazienti mi hanno chiamato al telefono per augurarmi la guarigione e chiedere se potevano fare qualcosa per me. Ancora più incredibile, ho visto i miei colleghi guineani, che sono in prima linea dal primo giorno e hanno visto amici e parenti morire, continuare a lottare per salvare le loro comunità con incredibile compassione e dignità. Loro sono gli eroi di cui non stiamo parlando. 

Vi chiedo di unirvi a me nel riportare l’attenzione all’Africa occidentale e nel garantire che gli operatori umanitari non subiscano stigma e minacce al loro rientro a casa. Chi decide volontariamente di partire deve essere supportato per aiutare a combattere questa epidemia nei luoghi dove ha avuto origine. 

Sono immensamente grato per tutto l’incoraggiamento e il supporto che ho ricevuto dalla mia famiglia, da così tanti amici e da persone del tutto sconosciute nelle ultime settimane. Inoltre, vorrei ringraziare il centro di cui faccio parte, il Columbia University Medical Center, e in particolare il capo della Medicina d’Urgenza, il dottor Joseph Underwood, per il grandissimo supporto che ho ricevuto dal momento in cui ho deciso di partire fino a dopo il contagio. 

Vorrei riconoscere pubblicamente il mio profondo apprezzamento per Medici Senza Frontiere. Non riuscirei ad esprimere quanto grande sia stato il loro aiuto nel gestire al meglio questo periodo così difficile sia per me che per la mia famiglia. 

Infine, vorrei ringraziare in anticipo i media perché rispettino il mio diritto alla privacy, come quello della mia famiglia. Non rilascerò ulteriori dichiarazioni pubbliche e vi esorto a concentrare la vostra attenzione dove è veramente necessaria, laddove l’epidemia di Ebola ha avuto origine, in Africa occidentale.

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