Stefano e gli altri: prevenire perché non succeda di nuovo #sonoStatoio

Trattandosi di un blog che ruota intorno alla scienza e alla salute, queste digressioni (e chi le propone) rischiano di apparire fuori tema e fuori luogo. Ma del resto il titolo che ho scelto per questo contenitore di appunti è “il ragionevole dubbio” con un voluto rimando a una terminologia presa in prestito dal Diritto, e si tratta pur sempre (purtroppo) di eventi che con la salute hanno a che fare. Può apparire provocatorio: siamo terrorizzati dall’ebola (nessuna vittima a oggi in Italia), ma non sappiamo quanti siano i morti nel corso di un arresto o della detenzione (al di là dall’attribuzione di colpe/responsabilità). Conosciamo, forse, i casi più noti: Cucchi, Aldrovandi, Uva, Magherini, ma le cifre potrebberto essere superiori. Il giornalista Riccardo Arena in un articolo sul Post riporta il dato di 893 persone detenute morte dall’ottobre 2009 a oggi. Morti evitabili, secondo il giornalista.

La vicenda processuale che riguarda la morte di Stefano Cucchi mi ha lasciato l’amaro in bocca, come a molti altri cittadini italiani. E’ vero che fare giustizia non significa dover trovare un colpevole a tutti i costi, e che se le prove non sono sufficienti non si può procedere a una condanna, ma ritengo che la sentenza di assoluzione per tutti gli imputati sia una sconfitta per la giustizia e per i cittadini italiani. Anche se siamo purtroppo abituati ad avere a che fare con tragiche vicende per cui non è stato individuato alcun colpevole.

Prima ancora, però, è la morte di Stefano Cucchi, e di altri morti in situazioni simili, a rappresentare una ferita dolorosa per lo Stato italiano, oltre che per i famigliari. Non può essere accettabile che un cittadino in custodia alle forze dell’ordine (che equivale a dire in custodia allo Stato italiano) perda la vita, indipendentemente da cause e responsabilità.

C’è allora una necessità che va oltre il legittimo bisogno che sia fatta giustizia, e che non richiede prove sufficienti, dibattimenti e sentenze. E’ la necessità che chi di dovere, chi ha responsabilità di governo e chi ha responsabilità della gestione degli agenti si adoperi perchè casi simili non si ripetano in futuro, mettendo in atto quello che i medici chiamano misure di prevenzione.

Anche questo bisogno appare però tristemente inevaso. Da una parte abbiamo il silenzio delle istituzioni (o quasi… ieri il presidente del Senato Grasso che il presidente del Consiglio Renzi si sono espressi sulla vicenda). Dall’altra il rumore delle dichiarazioni di alcuni rappresentanti sindacali che non sembrano rendersi conto della ferita che si è aperta, e dello scollamento che rischia di crearsi tra chi indossa una divisa e una parte non trascurabile della cosiddetta opinione pubblica.
Ci sarà forse una minoranza che soffia sul fuoco, ma sono convinto che la maggior parte degli agenti sia consapevole dell’importanza del patto di fiducia con i cittadini e del reciproco rispetto.

Il dolore, la frustrazione, la rabbia dei famigliari e degli amici sono comprensibili, e meritano comunque rispetto, non lo sfregio di un dito medio alzato, delle querele o del buttare in caciara quella che è in ogni caso una tragedia.
La tossicodipendenza non può essere considerata una sorta di “attenuante”, per la serie “se l’è cercata”. Non mi sembra che nella costituzione italiana ci sia scritto che il tossico è un cittadino con meno diritti degli altri.
Come anche non può diventare una colpa da gettare addosso ai famigliari: ci sono tanti “bravi” genitori che vivono il dramma, la fatica e il dolore di avere figli tossicodipendenti senza averne alcuna responsabilità.

Purtroppo dall’epoca della più grave ferita alla democrazia registrata in Italia in epoca recente (i fatti connessi al G8 di Genova nel 2001: l’irruzione nella scuola Diaz, i fatti avvenuti a Bolzaneto, etc…) non si è fatto molto per “prevenire”.
Chi aveva responsabilità di comando è stato lasciato al suo posto o promosso. La proposta di rendere identificabili gli agenti tramite un numero (anonimo) non è mai stata presa seriamente in considerazione, così come l’introduzione del reato di tortura.
Occorre formare, educare, responsabilizzare, fornire strumenti per gestire situazioni di conflitto con un uso proporzionato della forza.

La speranza è che alle parole di Pietro Grasso e Matteo Renzi seguano i fatti, e che non ci tocchi dover affermare di nuovo #sonoStatoio

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