Qualche altra riflessione intorno a #ebola (quasi 3 mesi dopo)

Sottotitolo: la stupidità umana è più pericolosa del virus

Ebola_virus_poster
Credits: https://openclipart.org/detail/203661/ebola-outbreak-dramatic-by-bf5man-203661

A inizio agosto avevo scritto alcune riflessioni riguardo all’epidemia di ebola, stimolato della crescente attenzione da parte dei media italiani. Quasi tre mesi dopo (e dopo aver dedicato altri post all’argomento), penso valga la pena aggiornarle e fare una sorta di parziale punto della situazione, partendo dai dati e dai fatti.

Dal 6 agosto, quando scrivevo le prime considerazioni, un po’ di cose sono cambiate.
Sono cambiati i numeri. Al 23 ottobre 2014 (ultimo aggiornamento disponibile da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità) il numero di casi “ufficiali” ha superato quota 10 mila: 10.141, con 4.922 morti (49% del totale dei casi).
L’epidemia ha varcato i confini delle tre nazioni inizialmente colpite (Guinea, Liberia, Sierra Leone): si sono verificati casi di contagio in Nigeria, Spagna e Stati Uniti, mentre in Senegal, Mali e Stati Uniti sono stati ricoverati pazienti che hanno contratto la malattia nelle zone colpite. 17 funzionari e operatori sanitari con infezione da virus ebola sono stati rimpatriati in Europa e negli Stati Uniti per essere curati, 3 di loro sono morti.
E’ scoppiata la psicosi, e la paura di ebola è diventata una sorta di alibi per dare libero sfogo a paure irrazionali e a instinti razzisti. Uno dei casi più eclatanti è stato quello di una bambina di 3 anni di Fiumicino colpevole di aver trascorso una vacanza in Uganda (nazione non interessata dall’epidemia e distante migliaia di chilometri dai paesi colpiti) che per una settimana non ha potuto frequentare l’asilo. Massimo Gramellini su La Stampa ha dedicato a questa vicenda uno dei suoi Buongiorno dal titolo più che azzeccato “Fatti più in là”.
Alcuni politici, invece di gestire l’emergenza con decisioni dettate dalla razionalità, cercano di sfruttare l’epidemia per aumentare il loro consenso elettorale, parlando alla pancia della “ggente”. Non solo in Italia. Negli Stati Uniti, i governatori dello Stato di New York, Cuomo, e del New Jersey Christie, democratico il primo e repubblicano il secondo, hanno deciso che quanto stabilito a livello federale per cercare di evitare i pericoli di contagio non fosse sufficiente, ipotizzando una quarantena preventiva obbligatoria per tutti i viaggiatori provenienti dalle zone colpite che hanno avuto contatti con pazienti infetti. Una decisione che ha scatenato pesanti critiche per il rischio di criminalizzare e scoraggiare gli operatori sanitari che hanno deciso di aiutare le popolazioni colpite dall’epidemia, in contesti dove il servizio sanitario è fatiscente e medici e infermieri sono insufficienti per poter curare tutti i malati (e molti di loro sono morti a causa della malattia). Ma ormai sembra essere partita la corsa a chi la spara più grossa, ed ecco che il Pentagono ha deciso di mettere in isolamento per precauzione nella base Del Din di Vicenza 11 militari provenienti dalla Liberia. Questi soldati non hanno alcun sintomo e non sono entrati in contatto diretto con pazienti infetti, ma a dominare è la logica del “non si sa mai”. Tanto che sono stati “accolti da carabinieri coperti da tute protettive” (?!?) nonostante nessuno di loro avesse il minimo sintomo della malattia.

Non mi stupirei se domani qualcuno proponesse di far trascorrere direttamente in Africa la quarantena di 21 giorni a tutte le persone che hanno avuto a che fare anche molto lontanamente con l’epidemia di ebola…perché non si sa mai (in realtà già il 16 ottobre un lettore della Stampa consigliava che fossero prese queste misure per il giornalista Domenico Quirico, reo di avere visitato insieme a medici del Cuamm alcuni centri di trattamento).

Rileggiamo allora alcuni di questi dati e di questi fatti (fatti che non contano più, come scrive Gramellini).

  1. Da aprile a oggi, i casi di contagio avvenuti al di fuori delle tre nazioni colpite sono solo 23, di cui 20 hanno riguardato la Nigeria. Quattordici di questi casi di contagio (61%) hanno coinvolto operatori sanitari. I casi avvenuti in Spagna e negli Stati Uniti hanno riguardato solo operatori sanitari che hanno curato pazienti ricoverati in ospedale. Le tre infermiere contagiate sono guarite dal virus ebola e 2 di loro sono già state dimesse dall’ospedale.
  2. Al 28 ottobre 2014 in Europa e negli Stati Uniti sono stati ricoverati 22 pazienti con ebola (tra rimpatriati, casi importati e contagi). Al momento, solo per 2 pazienti si sono verificati casi di contagio. 4 dei 22 pazienti ricoverati sono morti (3 casi rimpatriati e un caso negli Stati Uniti). Con numeri così piccoli non è possibile fare inferenze, ma la stima della letalità risulta inferiore al 20%.
  3. Il caso dell’infermiera spagnola Teresa Romero era il tipico esempio di come NON gestire un caso a rischio: sintomo febbre inizialmente sottovalutato, trasporto in un ospedale non attrezzato con ambulanza non adatta (e successivamente impiegata per altri trasporti), prime cure prestate da personale senza presidi di protezione. Insomma, una serie di errori che avrebbero potuto facilitare la trasmissione. Avrebbero. E’ presto per tirare un definitivo sospiro di sollievo ma per Teresa Romero la diagnosi di infezione da ebola è stata fatta il 6 ottobre. Sono passati 21 giorni e nessuno degli 83 contatti tenuti sotto controllo ha finora avuto sintomi. Il marito di Teresa è uscito dalla quarantena il 27 ottobre.
  4. Ragionamento simile potrebbe essere fatto per Thomas Duncan, il paziente zero degli Stati Uniti. Anche nel suo caso le procedure hanno lasciato a desiderare: si era recato in ospedale con febbre ed era stato rimandato a casa con una prescrizione di antibiotici, nonostante avesse detto di provenire dalla Liberia. Questo significa che non è stato immediatamente isolato e curato. Due delle infermiere che hanno curato questo paziente sono state contagiate, ma nessuno dei 43 contatti, tra cui la fidanzata, ha contratto la malattia.
    Fino al 28 ottobre 2014 non si sono verificati casi di ebola nemmeno tra i contatti delle due infermiere americane (una delle quali ha viaggiato in aereo poco prima o in concomitanza della comparsa dei sintomi)
  5. Nel caso dell’ultimo caso avvenuto a New York, il medico Craig Spencer di ritorno dalla Guinea ha osservato perfettamente il protocollo predisposto dai Centers for Disease Control: ha misurato la temperatura corporea due volte al giorno, appena è comparsa la febbre ha contattato l’ospedale di riferimento ed è stato trasportato su un’ambulanza protetta. Semplici misure sono sufficienti a ridurre al minimo i possibili rischi di contagio per la popolazione. Non però a convincere i politici.

I dati e i fatti avvenuti fino a oggi indicano che al di fuori di Guinea, Liberia e Sierra Leone il rischio di contagio, estremamente basso, riguarda (quasi) esclusivamente gli operatori sanitari, e confermano che la trasmissione del virus è tutt’altro che semplice (nei casi Romero e Duncan nessun contagio tra più di 120 contatti). La cautela è giusta ma l’isteria è fuori luogo e controproducente, soprattutto quando colpisce chi ha responsabilità di governo. Criminalizzare chi presta aiuto oltre a essere ingiusto e non etico può diventare un boomerang. Più tempo viene impiegato per fermare l’epidemia più aumentano i rischi per tutti. Come dichiarato dal presidente Obama il 28 ottobre “We know that the best way to protect Americans ultimately is going to stop this outbreak at the source”.

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Segnalo due letture consigliate:

  1. un articolo del Washington Post che riporta le stime del rischio di morire per ebola versus quello associato ad altre cause/eventi
  2. un articolo di Armand Sprecher di Medecins Sans Frontiers che risponde alle (immotivate e ingenerose) critiche dei mass media americani rivolte al medico Craig Spencer
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