#Ebola: si fa in fretta a dire Africa

Ebola e l’uomo nero. Lettera aperta ai pontificatori ignoranti-nel-senso-che-ignorano.

Da addetto ai lavori mi capita spesso di credere che certe conoscenze siano destinate a diventare patrimonio comune, come per esempio le informazioni di base sul virus ebola (modalità di trasmissione, contagiosità), soprattutto dopo che media tradizionali e social vi hanno dedicato ampio spazio. Ma inevitabilmente così non è. Mi è capitato proprio in questi giorni di affrontare l’argomento del rischio ebola con un conoscente, persona attenta e mediamente informata, che si è stupito quando ho sottolineato che per noi il rischio è trascurabile, dal momento che ci si può contagiare solo venendo a contatto diretto con sangue, feci, fluidi corporei di un paziente infetto.

Non dovrei stupirmi, dunque, che ci sia chi continua a ritenersi preoccupato perchè l’Africa è vicina, e perchè sulle nostre coste continuano a sbarcare centinaia di migranti. Naturalmente non manca chi è pronto a cavalcare i sentimenti del cosiddetto italiano medio, proponendo per i profughi africani controlli e certificati medici per poter circolare, con multe per i trasgressori.
Quello che per decine di migliaia di abitanti dell’Africa Occidentale è un dramma vissuto sulla propria pelle, nel nord del mondo diventa pretesto di polemica politica. Negli Stati Uniti i repubblicani sperano di sfruttare la paura di ebola per vincere le elezioni di medio termine, in Europa politici xenofobi tentano di solleticare la pancia della ggente.

A questi pontificatori che ignorano che cosa sia il virus ebola, e forse anche un po’ la geografia, propongo una premessa, un esercizio e qualche riflessione.

La premessa

Vale la pena ribadirlo per l’ennesima volta: il virus ebola non si trasmette per via aerea. Non ci si ammala per averlo respirato. Si trasmette per contatto diretto (=toccare) con sangue e fluidi di un paziente infetto. Il contagio può avvenire solo quando compaiono i sintomi (p.es. febbre, dolori). Durante il periodo di incubazione, che può durare fino a 21 giorni, non c’è contagiosità. Niente sintomi, niente contagio.
Nelle nazioni non colpite dall’epidemia sono quasi esclusivamente gli operatori sanitari a essere esposti a potenziali rischi. In ogni caso, la probabilità di morire per infezione da virus ebola in Europa è inferiore al rischio di morire perchè colpiti da un fulmine.

L’esercizio

Aprite una cartina geografica dell’Africa. Potete verificare quanto sia estesa… 30 milioni di kilometri quadrati, il triplo dell’Europa. 8.000 km in linea d’aria da nord a sud, 7.000 km da est a ovest. Se cercate Liberia, Sierra Leone e Guinea sulla cartina (sono a sinistra, abbastanza in alto), potete vedere quanto rappresentino una piccola e limitata area geografica rispetto al continente africano.

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Casi di ebola al 16 ottobre 2014. Fonte dei dati: Centro Europeo di Controllo e Prevenzione delle Malattie (ECDC)

A questo punto, provate a cercare una mappa che riporti la distribuzione geografica dei casi di ebola. La potete trovare, p.es. sul sito dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Per comodità ho inserito nel post quella dell’European Centre for Disease Control and Prevention, aggiornata al 16 ottobre 2014. Nella mappa sono riportati i casi riportati nelle tre nazioni africane dove l’epidemia di ebola è attualmente in corso.

Si può osservare come in tutte queste nazioni vi sono aree di diverso colore. Alcune sono addirittura bianche, a significare che non sono mai stati riportati casi di ebola. Questo significa che ci sono distretti di queste nazioni non ancora colpiti dall’epidemia di ebola. In altre aree non ci sono casi recenti (ultime 6 settimane).
Provate a percorrere sulla mappa il tragitto tra Conakry (capitale della Guinea) e Bamako (capitale del Mali) lungo poco più di 900 km: state attraversando alcune aree in cui è in corso l’epidemia, altre in cui la trasmissione sembra non essere più attiva o non è mai stata presente e infine approdate in una nazione non ancora colpita dal virus. La distanza che state percorrendo è più o meno equivalente a quella che separa Milano a Bari.

Considerazioni

  1. La distanza tra Milano e Oslo è di circa 2.000 km. Per quanto possiamo pensare vicina a noi l’Africa, la distanza che separa Conakry, capitale della Guinea, dalle coste nordafricane più vicine alla Sicilia è circa 5.500 km, quasi tre volte tanto il tragitto Milano-Oslo. Eppure  ignoriamo i problemi di salute dei norvegesi, molto più vicini a noi degli abitanti della Guinea.
  2. Cosa penseremmo se all’estero fossimo guardati con sospetto a causa di una pericolosa epidemia in corso in Norvegia? Non ci verrebbe da pensare “cosa c’entriamo noi”?
    E se a noi lombardi venisse impedito l’ingresso in Svizzera per colpa di un’epidemia che sta colpendo il Lazio?
  3. Immaginate di dover fare il tragitto da Napoli a Oslo e ritorno con mezzi di fortuna, a piedi oppure chiedendo passaggi, e percorrendo solo strade provinciali (magari anche dissestate). Quanto pensate di impiegarci? Una settimana? Due? Tre? Più o meno del periodo di incubazione di ebola?
    Immaginate di dover percorrere lo stesso tragitto in condizioni di salute non ottimali. Sareste in grado di riuscirci?
  4. Al di fuori di Guinea, Sierra Leone e Liberia fino al 18 ottobre casi di contagio da virus ebola si sono verificati in Senegal (1 caso importato), Nigeria (20 casi, 8 morti), Spagna (1) e Stati Uniti (1 caso importato, 2 contagi). Venerdì 17 ottobre il Senegal è stato dichiarato “ebola-free”, dopo che sono trascorsi 42 giorni dall’unico caso (uno studente proveniente dalla Guinea). Lo stesso potrebbe avvenire in Nigeria se non dovessero verificarsi nuovi casi entro lunedì 20 ottobre. Ciò significa che queste due nazioni africane hanno saputo fermare rapidamente l’epidemia. Certo, non è che gli Stati Uniti facciano proprio una bella figura a confronto con il Senegal, ma significa che bloccare il virus è possibile.
    [Aggiornamento del 20 ottobre 2014: l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato anche la Nigeria “libera dal virus ebola“, dopo che si erano verificati due piccoli focolai epidemici: uno a Lagos, causato da un paziente liberiano, e uno a Port Harcourt]
  5. Ebola è arrivato in Europa perchè l’abbiamo portato noi, non l’uomo nero sul barcone. Il Centro Europeo di Controllo delle Malattie (ECDC) stima che alla data del 13 ottobre sono stati ricoverati in Europa 9 pazienti provenienti dalle nazioni colpite dall’epidemia. Si tratta di rimpatri per motivi sanitari di missionari, operatori sanitari, funzionari di organizzazioni non governative, giustificati da motivi etici. Verrebbe da commentare che la Svizzera (un operatore sanitario è stato ricoverato in settembre a Losanna) è molto più vicina di quanto non lo sia la Guinea. Che facciamo, chiediamo il certificato medico agli svizzeri prima di entrare in Italia? O agli spagnoli, metti caso che a qualcuno che ha avuto contatti con l’infermiera ricoverata venga da noi?
    Quanto è successo in Spagna e negli Stati Uniti ci dovrebbe ricordare che il vero pericolo deriva dalla nostra leggerezza nella gestione di situazioni di emergenza a cui non siamo abituati.
    Un uomo di colore che perde sangue dal naso causa allarme e terrore. Un’infermiera che ha cambiato il pannolone a un ammalato di ebola con febbre non desta alcune preoccupazione.
  6. Ebola fa paura. Ma se ci preoccupassimo anche solo un centesimo di quanto temiamo il virus ebola del nostro stile di vita, del cibo che mangiamo, dell’aria che respiriamo, dell’ambiente in cui viviamo, saremmo in grado di migliorare sensibilmente la nostra salute.
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