#Ebola: che cosa non abbiamo imparato

By Photo Credit: Content Providers(s): CDC/ Ethleen Lloyd [Public domain], via Wikimedia Commons
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Alla fine l’evento tanto temuto si è verificato: Ebola è arrivato in Europa. Ma non per colpa degli immigrati clandestini, come da vulgata propagandista di alcuni politici nostrani, ma in un modo che verrebbe da definire assurdo, se non fosse tragico.
Un missionario viene rimpatriato in Spagna per curarsi, in un ospedale di Madrid che dovrebbe (dovrebbe) essere il riferimento per la gestione di Ebola, e durante l’accudimento un’ausiliaria infermiera si infetta, probabilmente per una disattenzione nel momento di togliersi la tuta protettiva.
Basterebbe già questo episodio per fare venire i brividi: se questo “incidente” è avvenuto in un ospedale che dovrebbe essere attrezzato per la gestione di pazienti a rischio, cosa potrebbe succedere in contesti non altrettanto preparati?
L’errore umano è comunque sempre possibile. Le procedure possono cercare di ridurre il più possibile questo rischio ma non saranno in grado di annullarlo completamente. Certo, c’è da chiedersi se il protocollo previsto nell’ospedale madrileno era sufficiente a tutelare gli operatori sanitari durante una fase delicata come quella del togliersi la tuta protettiva.

Ancora peggiore è, però, quanto avvenuto in seguito, stando almeno alle notizie fornite dai mass media. Difficile quasi da credere che sia potuto davvero accadere. L’ausiliaria avrebbe seguito il protocollo previsto per le persone a contatto con i malati, misurando due volte al giorno la temperatura corporea. Appena questa è aumentata avrebbe telefonato in ospedale, ma è stata tranquillizzata con il consiglio di assumere il paracetamolo, in quanto la febbre non oltrepassava la soglia di allarme dei 38,5°C. Successivamente quando si sono presentati altri sintomi, invece di essere ricoverata direttamente nel famoso ospedale di Madrid, riferimento per la gestione dei pazienti con Ebola, è stata portata in un altro ospedale, non preparato alla gestione di pazienti infettivi, dove è stata assistita senza particolari precauzioni.
Per la serie, come facilitare la diffusione del virus. Una delle regole di base nella gestione delle epidemie è qualsiasi caso sospetto deve essere gestito come se fosse un malato. In Italia, e non solo, sono numerosi i casi di persone provenienti dall’Africa Occidentale colpite da malaria gestite come se fosse ebola fino alla conferma della negatività del test.
Invece in Spagna sono stati bellamente sottovalutati i sintomi di Ebola in una persona ad altissimo rischio.
Questo rende forse l’idea di come, nonostante proclami, protocolli e procedure, non siamo più abituati a gestire un’emergenza dovuta alle malattie infettive.
Nella nostra società farmacocentrica, abituata a un rimedio per qualsiasi problema di salute, il semplice concetto che le normali norme igieniche sono sufficienti a ridurre il rischio di trasmissione di infezioni delle vie respiratorie suscita sorrisi ed è quasi motivo di scherno.

Curva epidemiva della SARS in Canada, 2003. World Health Organization, http://www.who.int/csr/sars/epicurve/epiindex/en/index6.html

Nel 2003 il Canada è stata l’unica nazione del cosiddetto mondo “occidentale” a essere pesantemente colpita dall’epidemia di SARS (Severe Acute Respiratory Syndrome), con 251 casi di malattia e 44 morti. Se si osserva l’andamento del numero di casi nel tempo (quella che viene chiamata la curva epidemica) si può vedere come ci siano in realtà due picchi: l’epidemia stava per essere contenuta, quando il mancato riconoscimento di un caso di malattia ha contribuito a rinfocolare di nuovo la trasmissione del virus.

Evidentemente questa “lezione” non è stata appresa.

Nel frattempo, il direttore della Banca Mondiale Jim Kim avrebbe fatto una sorta di mea culpa riguardo alla mancata gestione dell’emergenza da parte delle’ istituzioni internazionali.

“Avremmo dovuto fare così tante cose. Avrebbero dovuto essere costruite infrastrutture sanitarie…”
Dimentica di riconoscere, però, che sono state proprio le politiche (liberiste) di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale ad avere portato al collasso dei sistemi sanitari dei paesi africani.
Ma non è solo un problema “loro”. E’ un problema anche “nostro”: i tagli alla spesa dei servizi sanitari spesso colpiscono prima di tutto le attività “non redditizie”, secondo la logica del libero mercato, in primis le attività di prevenzione. Con la falsa presunzione che si tratti di attività superflue.
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