Riflessioni intorno a #Ebola

Da quando è finito sotto i riflettori dei mezzi di comunicazione, il virus Ebola inizia a fare paura anche al di fuori dell’Africa. Ma questo allarmismo è giustificato? Alcune considerazioni.

outbreak-distribution-map
Distribuzione geografica delle epidemie da virus Ebola. Centers for Disease Control and Prevention, http://www.cdc.gov

Ebola è un virus che causa una febbre emorragica, malattia gravata da un’elevata mortalità che si manifesta improvvisamente con febbre, vomito, diarrea, malessere generalizzato e talvolta sanguinamenti esterni e interni.
Non esiste ad oggi un trattamento farmacologico efficace. La terapia consiste prevalentemente nel garantire al paziente un adeguato apporto di liquidi e di sali, in attesa che il sistema immunitario reagisca e sconfigga il virus.

Il virus Ebola non si trasmette per via aerea. Il contagio può avvenire per contatto diretto con il sangue o i fluidi corporei di un paziente infetto, o attraverso il contatto con oggetti (p.es. aghi) contaminati. Le persone a maggior rischio sono quelle che si prendono cura dell’ammalato: i famigliari e gli operatori sanitari. Il modo più efficace per evitare la diffusione del virus è applicare le misure igieniche: p.es. isolare i pazienti e le persone entrate in contatto diretto con loro; lavare le mani; utilizzare indumenti, guanti e mascherine protettive; sterilizzare le attrezzature…

Dalla prima epidemia in cui è stato isolato il virus (1976, nell’allora Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo) si sono verificate numerose epidemie, tutte in nazioni africane (se si escludono le contaminazioni in laboratorio): il sito dei Centers for Disease Control (CDC) americani ne riporta più di 20. Pur in mancanza di farmaci e vaccini, fino ad oggi le misure di cui sopra hanno consentito di bloccare rapidamente le epidemie.
Rispetto a quelle precedenti, questa epidemia sembra però più difficile da tenere sotto controllo: ha varcato i confini di una singola nazione e il numero di pazienti infetti continua a crescere. Probabilmente ci sono diversi motivi alla base di questa difficoltà a contenere l’epidemia: insufficienza delle risorse messe in atto, maggiore mobilità della popolazione, diffidenza verso la “medicina occidentale” e le autorità, atteggiamenti culturali difficili da modificare, etc…

Questo significa che dobbiamo preoccuparci? Che dovremmo, come proposto da qualcuno, mettere in quarantena tutti gli immigrati che giungono in Italia?
Al momento il rischio di contagio al di fuori delle nazioni colpite è alquanto improbabile: per potere avvenire significa entrare in contatto direttamente con il sangue o le secrezioni di un paziente infetto.
Ma al di là di questo c’è da considerare che le condizioni economiche, socio-demografiche, culturali, di salute, le risorse umane e tecnologiche disponibili in ambito sanitario sono differenti da quelle esistenti nei paesi africani. E’ dunque ipotizzabile che l’impatto del virus nel contesto di un paese cosiddetto “sviluppato” possa essere inferiore, in maniera simile a quanto osservato per un virus più contagioso quale quello della SARS.
C’è poi da considerare che sulla base della gravità dei sintomi della malattia, l’ipotetico rischio di contagio non deriverebbe certo dagli immigrati che giungono in Italia dalle coste del Nord Africa dopo un viaggio via terra (prima) e via mare (poi), e dopo un’attesa prima di potersi imbarcare, che durano più dei 21 giorni che è la durata massima dell’incubazione.
Questo ipotetico rischio potrebbe derivare semmai da persone che possono permettersi di viaggiare in aereo.

I dati sull’epidemia in corso offrono qualche ulteriore spunto di riflessione. Stando ai dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità al 4 agosto 2014 si sono verificati 1.711 casi confermati o sospetti di malattia, 932 dei quali fatali. Il 54% delle persone che hanno contratto il virus sono morte. Questa percentuale (che in termine tecnico si definisce “letalità”) varia però tra le nazioni attualmente colpite: in Sierra Leone, che è la nazione con il maggior numero di casi (691) la letalità è del 41%, mentre in Guinea è del 73%. Dal momento che il virus è lo stesso, ci sono altri fattori che influenzano il rischio di morire. In parte potrebbe essere la difficoltà di stimare il numero reale di morti, ma potrebbe trattarsi anche di differenze nella qualità delle cure o delle condizioni fisiche generali delle persone colpite. Si tratta di dati che meritano di essere approfonditi.

Si discute molto in questi giorni di una possibile terapia farmacologica. L’assenza di farmaci e di vaccini fa puntare il dito (con qualche ragione) verso l’indifferenza delle industrie farmaceutiche per una malattia che non genera profitti. ll Guardian il 1 agosto in un editoriale ha chiesto che in deroga alle normative vigenti fosse possibile impiegare nei pazienti colpiti farmaci ancora nella primissima fase della sperimentazione.
Ha destato qualche scalpore il fatto che a due pazienti americani sia stato somministrato un siero sperimentale (e non ancora sperimentato nell’uomo), ottenuto dall’organizzazione per cui lavorano.
Questo dibattito sulla possibilità di un impiego “precoce” di farmaci solleva delle questioni etiche di non facile risposta. Occorre poi definire attentamente protocolli di impiego e condizioni nelle quali l’uso del farmaco può essere giustificabile, considerando che i dati ottenuti avrebbero comunque un valore limitato per la valutazione dell’efficacia della terapia (p.es. se fossero stati trattati con un farmaco tutti i casi della Sierra Leone oggi saremmo tentati di affermare che il trattamento funziona). Questo dibattito rischia però di spostare l’attenzione dal reale problema: per combattere l’epidemia potranno essere utili in un futuro farmaci e vaccini, ma quello di cui c’è maggiore bisogno ora sono risorse umane e tecnologiche per contenere l’epidemia. Per sconfiggere ebola c’è bisogno di ridurre la povertà, di garantire migliori condizioni di vita e di salute,  di investire in educazione e formazione. Una sfida più impegnativa che non scoprire un farmaco o un vaccino

Per approfondimenti:

Centers for Disease Control and Prevention: http://www.cdc.gov/vhf/ebola/
World Health Organization: http://www.who.int/csr/disease/ebola/en/

[29/10/2014 ho aggiornato alcune di queste riflessioni, le potete trovare in questo post]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...