Oseltamivir e influenza: qualche riflessione al di là dell’efficacia.

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Virus dell’influenza. Wikipedia.

E’ di questi giorni la pubblicazione di una revisione sistematica che mette in dubbio l’efficacia nel trattamento dell’influenza di un farmaco antivirale, l’oseltamivir, meglio conosciuto con il suo nome commerciale Tamiflu. La revisione è stata condotta da un gruppo di ricercatori della Cochrane Collaboration, un’organizzazione no-profit che ha lo scopo di raccogliere, valutare criticamente e diffondere le informazioni relative all’efficacia degli interventi sanitari, che ha valutato i dati di un totale di 23 studi clinici randomizzati (in cui ciascun paziente è stato assegnato in maniera casuale al gruppo di trattamento). I risultati non sono confortanti: il farmaco è efficace prevalentemente sui sintomi dell’influenza, e quando impiegato come trattamento ne riduce la durata di circa 17 ore nell’adulto e 29 ore nei bambini, ma non è risultato efficace nel ridurre i ricoveri ospedalieri o di complicanze come per esempio la polmonite.

Le conclusioni della revisione sono state criticate dall’azienda produttrice del farmaco, che contesta agli autori l’avere escluso dall’analisi alcuni studi non randomizzati (NdA che però forniscono prove scientifiche con un grado di affidabilità inferiore).
Una meta-analisi finanziata dalla stessa azienda farmaceutica ha, invece, osservato una riduzione della mortaltà nei pazienti adulti ricoverati in ospedale.  Come sottolineato da altri gruppi di ricerca la riduzione della mortalità riguarda, però, i pazienti ad alto rischio, non è generalizzabile ed è stata valutata in studi con una qualità metodologica non sempre adeguata.

Al di là della querelle sulla reale efficacia, vale la pena ricordare quando il farmaco assurse per la prima volta agli onori della cronaca.
Era il settembre 2005 quando i mass-media italiani hanno incominciato a occuparsi di un nuovo virus dell’influenza, il virus H5N1 o virus dell’influenza aviaria, che stava mietendo vittime nel Sud-Est asiatico. “Aviaria, «rischio 150mila morti in Italia»” titolava, ad esempio, il Corriere della Sera il 12 settembre 2005.
I governi, per far fronte al rischio di una grave epidemia, decisero di fare scorte di un medicinale fino ad allora poco conosciuto al grande pubblico (il Tamiflu era stato autorizzato nel 2002 dall’Agenzia Europea dei Medicinali). E non soltanto i governi, perchè all’epoca c’erano resoconti giornalistici di cittadini che si recavano in Svizzera per comperare il farmaco o che lo ordinavano in modo illegale tramite farmacie online. Già soltanto un mese dopo l’allarme lanciato dai media italiani, il sito della CNN dava conto dell’aumento delle vendite di medicinali Roche trainate soprattutto dall’oseltamivir.
Al 24 gennaio 2014 (a 10 anni di distanza dalle prime segnalazioni) a fronte delle paventate decine di migliaia di morti solamente in Italia, in tutto il mondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha contato 650 casi della malattia e 386 morti. Non sono stati osservati casi in Italia, mentre il 60% dei casi di malattia (e il 70% delle morti) si sono verificati nel Sud-Est asiatico.

Come mai un abbaglio così grosso?
Il mensile Altroconsumo provò a spiegarlo così il 29 settembre 2005 (a due settimane di distanza all’allarme dei media)

“…Molte informazioni allarmistiche riportate sui giornali su una probabile epidemia di influenza aviaria sono emerse da un convegno sull’influenza tenuto a Malta a metà settembre. Abbiamo verificato che il convegno era sponsorizzato dalle aziende produttrici di vaccini antinfluenzali e di farmaci antivirali. Tra queste, la Roche, che ha pronto un farmaco antivirale, l’oseltamivir (nome commerciale Tamiflu, non ancora in commercio in Italia)…”

Trascorsi quattro anni e caduta in dimenticatoio l’aviaria, nuovamente intorno alla metà di settembre (e sempre nei dintorni del convegno europeo sull’influenza) ecco che tornano gli allarmi e i titoloni sui giornali: cambia il virus dell’influenza (A/H1N1), cambia l’animale (il maiale invece del pollo) ma le stime dei morti viaggiano sempre intorno alle decine di migliaia: tra “12 mila e 90 mila” sono le cifre allora riportate dai giornali.
Fortunatamente anche l’epidemia di influenza A/H1N1 (inizialmente conosciuta come “suina”) passò senza lasciare il segno. O meglio, senza causare un maggior numero di vittime rispetto all’influenza stagionale, ma minando agli occhi dell’opinione pubblica la credibilità degli esperti e delle istituzioni sanitarie internazionali e nazionali. Una credibilità che può essere recuperata solo risolvendo seriamente il nodo dei possibili conflitti di interesse. Altrimenti il rischio che ci sia chi faccia di tutta l’erba un fascio, non credendo più a nessuno e vedendo complotti ovunque, sarà sempre più elevato.

Ma la vicenda del Tamiflu rimanda ad un’altra questione, come ben illustrato dal medico e giornalista Ben Goldacre in un articolo sul Guardian: la battaglia per la trasparenza dei risultati degli studi clinici. I ricercatori della Cochrane Collaboration hanno dovuto faticare non poco per poter ottenere dalla Roche i dati derivanti da tutti gli studi, non solo di quelli pubblicati.
Avere a disposizione i dati completi è la condizione essenziale per poter valutare in modo affidabile l’efficacia e la sicurezza di una terapia. Dal momento che è più probabile che venga pubblicato uno studio con risultati positivi rispetto a uno con risultati negativi, la valutazione dei soli dati pubblicati può portare a una sovrastima del reale effetto di un intervento.
La mancata pubblicazione dei dati è contro un principio etico: non sempre chi partecipa a uno studio ha dei benefici diretti, ma nonostante questo la conduzione di sperimentazioni cliniche è giustificata perchè questi studi hanno lo scopo di contribuire allo sviluppo di conoscenze scientifiche di cui dovrebbe beneficiare tutta la comunità. Questo beneficio viene meno se i risultati non sono pubblici.

Allo stato attuale delle prove scientifiche disponibili l’efficacia dell’oseltamivir nel prevenire o curare l’influenza sembra essere modesta e limitata prevalentemente alla riduzione dei sintomi. Il farmaco potrebbe essere efficace nel ridurre la mortalità in pazienti adulti ad alto rischio, ma sono necessari studi con una metodologia solida per confermare questo beneficio.
Ma al di là di questo, il caso Tamiflu può essere utile per medici, ricercatori, autorità sanitarie e cittadini per riflettere sull’importanza dell’indipendenza e della trasparenza nella sperimentazione clinica e nella valutazione dei risultati.

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